Le insalate in busta: freschezza pret-a-porter?

Insalata “è quasi Autunno”

Per 1 persona

30 g di zucca pronta in busta
6 datteri freschi
2 pugni di rucola in busta(40g)
mezza rapa rossa, precotta in busta(facoltativa)
mezza arancia spremuta
mezza arancia pelata e tagliata a spicchi
gherigli di noce a piacere
sale, pepe e olio di oliva
1 cucchiaino di aceto balsamico

Prepariamo la citronette-orangette: prendiamo un barattolo di vetro, tipo bormioli(possiamo conservarne uno vuoto per questo uso specifico) mettiamo olio, sale, pepe aceto il succo dell’arancia e sbattiamo molto bene, poi mettiamo da parte.  Laviamo i datteri, li asciughiamo, ne lasciamo da parte alcuni per la decorazione del piatto e tagliamo gli altri a pezzi piccoli.  Prendiamo la zucca e la tagliamo sottilissima con l’aiuto di un taglia verdure;  facciamo la stessa cosa con la rapa(se prevista).  Tagliamo gli spicchi dell’arancia e tritiamo le noci.  E’ tutto pronto?  Sì, perchè la rucola la togliamo dalla busta con le mani e non ci rimane che sbizzarrirci nel comporre l’insalata e versare sopra l’orangette.  Sapore decisamente particolare, consistenza interessante e il colore?  La moda dell’autunno suggerisce accostamenti ruggine-verde-tortora e, se metteremo la rapa, avremo il massimo del trendy con il bordeaux, per cui  guardiamo avanti e siamo “di moda”.

La preparazione di questa insalatina è veloce, ma non lo sarebbe altrettanto se dovessimo mondare o cuocere le verdure.  Quindi verdure in busta sì o no?  Il problema mi tocca dal vivo perché, e  faccio subito “outing”,  ne sono una accanita consumatrice.

Dette anche ortofrutta di quarta gamma le verdure e la frutta pronte all’uso, vendute in vaschetta o sacchetto, hanno costituito un vero e proprio boom che non accenna a fermarsi.  L”invenzione” di questo comparto della distribuzione risale al 2001 e da allora  gli acquisti sono aumentati del 200% nonostante vengano considerate costose.  Davvero comode, hanno esaudito il desiderio di molti: single, donne in carriera, mamme lavoratrici, che hanno la necessità di risparmiare tempo in cucina,  anche se a conti fatti la comodità viene fatta pagare molto salata.  Ma c’è un motivo: il loro valore aggiunto è dato dai vari passaggi della lavorazione.  Le aziende trasformatrici ne sono anche produttrici e coltivano i prodotti in serra, stoccandole poi nelle celle per assicurarsi il rifornimento durante tutto l’arco dell’anno.  Dopo la raccolta avviene la cernita: le insalate vengono private degli scarti e delle foglie esterne, che possono arrivare quasi alla metà e dei parassiti e residui di terra.  Quindi vengono tagliate e lavate in vasca con acqua freddissima da 0° a 2°, cui viene addizionato del cloro per eliminare gli eventuali parassiti rimasti e abbattere la carica batterica.   Molto importante a questo punto è l’asciugatura che avviene o con centrifughe o con irraggiamento del calore, nella busta non devono rimanere residui di acqua o si svilupperebbero batteri.  Quindi si passa al confezionamento in vaschette o sacchetti che, per i cuori di insalata e per le varietà delicate, prevede anche l’impiego di atmosfera modificata, vale a dire un mix di azoto ossigeno e anidride carbonica.  Infine si passa allo stoccaggio e alla distribuzione.

A parte le scelte di ognuno, per quelli che come me si sono posti dei ragionevoli dubbi ma continuano ad acquistarle, c’è una buona notizia: dall’Aprile del 2011 la freschezza la impone la legge.  Sono in ritardo? No, perché giuro che l’ho saputo da poco e ora sono più tranquilla.  Ben venuta a questa legge voluta dall’AIIPA(Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari) che ci tutela, perché le insalate in molti casi vengono mangiate senza effettuare ulteriori risciacqui, per cui l’aspetto della sicurezza deve essere tutelato.  Inoltre dai test effettuati era emerso che la pulizia era insufficiente e quindi sarebbe stato utile il lavaggio.  In questo caso che senso aveva far pagare al consumatore il sovrapprezzo del servizio?  Da ora in poi tutti contenti e per primi i produttori, i quali non vagano tra i margini della discrezionalità, ma si devono attenere a delle regole fisse:

  • Impiego di materia prime di buona qualità
  • Il rispetto in tutte le fasi del processo produttivo di precise norme igieniche con particolare riferimento ai punti critici (comportamento del personale, sanificazione delle superfici, ecc)
  • Rispetto dei tempi e delle temperature stabiliti, sia durante la produzione che durante il trasporto e commercializzazione, così come già succede nel confezionamento dei prodotti surgelati(catena del freddo)

Il rispetto di queste condizioni permette di assicurare una shelf-life( letteralmente “vita sullo scaffale”) al prodotto di 5-6 giorni, oltre questo tempo intervengono dei processi alterativi e degenerativi causati sia da enzimi di origine vegetale che batterica, tali da compromettere l’igiene e la sanità del prodotto.  Dal canto loro i consumatori possono contare su informazioni più precise al momento dell’acquisto: data di confezionamento, data di scadenza, tracciabilità e se sia consigliato il risciacquo o meno.  La nostra precauzione quella di mantenere la catena del freddo anche dopo l’acquisto, perché una non corretta conservazione dei prodotti a casa può comunque alterare la sicurezza igienica.  Il mio consiglio è quello di trasportare congelati e prodotti freschi dal supermercato a casa nelle borse termiche, inoltre acquistare prodotti che non siano ai limiti delle date di scadenza.

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