O avanti con l’amore, o ‘ndre la me conecia !

Dalle mie parti, in tempi nemmeno tanto antichi, avere un po’ di terra e degli animali da allevare significava essere ricchi. Infatti, chi non aveva la possibilità di poter coltivare o allevare, era ritenuto molto sfortunato e non aveva quasi mai di che nutrirsi. Grande valore avevano gli animali, ai quali era davvero riservato un trattamento speciale, quasi fossero membri della famiglia.
Tutto ciò è ben evidente in questo racconto, che ho tratto da una storia vera e il cui titolo è effettivamente un modo di dire, usato nel caso in cui chi fa una promessa non si impegni poi a mantenerla.

Era un padre premuroso per quei tempi: solerte e presente nella vita semplice di quelle cinque figlie, tutte cercate, in verità, inseguendo il sogno di un maschio.
Nata l’ultima, dopo un parto degno di essere trascritto negli annali per le fatiche di quella donna speciale che era sua moglie, avevano pensato di chiudere quel sogno dentro un robusto cassetto, con tutte le speranze e i desideri insieme.
Disse lei: “…non la voglio vedere! Mettetela nell’armadio.”.
Disse lui: “Sei speciale e ti amerò comunque. Non sei Luigi, sarai Luigina! “,  prendendola teneramente tra le sue braccia potenti.
E lei, speciale lo era, foss’ anche solo per quella zazzera di capelli neri che spiccava insolente tra le chiome dorate delle sue sorelle.
Che padre e marito fortunato che era. E quando guardava estasiato tutta quella femminilità, non gli importava poi molto di non avere avuto eredi maschi. Pensava che c’era la salute, la voglia di fare ed era più che contento. Il suo cognome lo avrebbero portato quelle dolci e adoranti figliole, che gli avrebbero dato bravi generi e  robusti nipoti.
E così fu, per le prime quattro, ché quell’ultima, moretta, del matrimonio non voleva saperne, almeno così pareva.
Ma proprio quando aveva quasi perso ogni speranza di poterla ben sistemare – in cuor suo aveva perfino pensato di mandarla monaca, ma questa non era decisione da poter prendere…così –  lei lo sorprese, quella sera, mentre tornavano dal campo.
Era stata una giornata molto faticosa e non s’aveva nemmeno voglia di parlare per la gran stanchezza, che quasi si dormiva: lei se ne stava con il capo chino, lui guardava la strada tenendo ben salde le redini; ci avrebbe pensato il rumore degli zoccoli dei cavalli a tenerli desti. Insomma, voglia di parlare proprio non ce n’era.
Varcato il cancello, scesero:  lui davanti e lei dietro si avviarono verso la porta di casa. Fu in un fil di voce, talmente esile da non sentire, che lei gli disse: “Papà…mi vorrei sposare”.
“Cos’hai detto?”
“Mi voglio sposare!” e alzò finalmente la voce, in preda ad un insolito accesso di volontà.
“Va bene, ma con chi?”
“Con il figlio del Piero”.
Il Piero era figlio di suoi parenti lontani, che abitavano all’altro capo del paese. Era da molto tempo che non lo si vedeva in giro, da quando era partito per fare il soldato in marina. Ora si sapeva che era tornato.
La famiglia era buona: un podere proprio, gli animali, mai una chiacchiera.
Poteva proprio andare bene per la sua moretta. E poi, quella figlia, non poteva aspettare molto tempo o sarebbe rimasta a far da zia ai tanti nipoti: zittella, la Luigina, non doveva restare.
Così, preso atto della situazione, pensò che il ragazzo avrebbe dovuto essere invitato a casa e presentato alla famiglia, come usava nelle case per bene. Questa era la cosa più giusta e immediata da fare, senza tanti preamboli.  Non si chiese nemmeno come quei due ragazzi avessero potuto frequentarsi: lei sempre a casa e lui sulle navi e accettò la sorpresa di buon grado, per la bontà della scelta o per la fretta. Poi – si disse – si sarebbero conosciuti meglio. Poi.
Quella sera, dopo cena, parlò con la Teresa sua moglie e si misero d’accordo per far venire l’Antonio, così si chiamava il marinaio, a casa, la sera dopo.
Nessuno avrebbe immaginato che tutto il disordine dei preparativi per la grande cena del ricevimento, si ricomponesse poi nella tranquilla e grande tavolata che l’Antonio trovò ad accoglierlo: c’erano tutti, anche i bambini, biondi e ricci. Davvero attorno a quel tavolo l’unica nota stonata era la chioma liscia e nerissima della Luigina.
E fu una specie di interrogatorio. Sembrava che lì parlasse solo il futuro suocero.
Facendosi coraggio  l’Antonio spiegò come si erano conosciuti e disse che la Luigina lo aveva colpito per le lettere che gli mandava in guerra, piene di buoni sentimenti, unica  sua consolazione  quand’ era solo e triste, chiuso in quelle navi. Tali e solo queste parole riuscì a proferire, per il resto…
“Devi portare questa come mio regalo alla famiglia e che tu sia il benvenuto.  Si chiama Tripoli ed è incinta”.
Il regalo in questione era una bella coniglia nera, che avrebbe presto figliato. Non era molto generoso solitamente, ma per la Luigina doveva fare bella figura e quello era solo il primo pezzetto della sua dote,  simbolo di futura prosperità e augurio di tanta maternità. Certo che gli costava privarsene, ma comunque…
Ma comunque l’amore non si compera e questo lo sapeva pure lui, che era uomo pratico, ma di mente assai arguta e di spirito attento, tanto da capire per primo che quella “figlietta” mora, nonostante tutto, fosse ben lungi dalla felicità.
Doveva essere per forza accaduto qualcosa tra i novelli fidanzati e non ci volle molto a capirlo, perché l’Antonio non si fece più vedere da quella sera e la Luigina per poco non moriva di tristezza. Sola prima e sola adesso, proprio quando invece avrebbe dovuto godersi le gioie del suo insperato e repentino fidanzamento.
Sicché, questa volta, lei non lo sorprese. Stessa scena di ritorno dal campo, dopo circa due settimane dalla cena per l’Antonio.  Uguale la stanchezza, preciso il silenzio, stessi zoccoli dei cavalli. Fu lui però ad iniziare e a malincuore, ché già prevedeva la risposta e già sentiva montargli la rabbia.  Tuttavia cercò di essere il più comprensivo possibile, per non acuire la pesantezza dell’atmosfera e così parlò:
“Dov’è che è andato a finire l’Antonio?!”.
“…non mi vuole più”.
“Non ho capito niente. Ripeti per favore”.
” Non mi vuole, più!” e ancora, per un insolito accesso d’ira, le parole fievoli mutarono in un urlo soffocato.
Se qualcuno in quel momento avesse potuto percorrere le forti vie del suo sangue, non avrebbe trovato altro che limpida acqua gelida: limpida perché era un padre, gelida perché era pur sempre un uomo. Rispose solo: “…ah!”.
Solcarono la soglia, lui davanti e lei dietro.
“Teresaaa! Preparami il bagno!”- gridò.
E la Teresa, lì per lì, fu presa da ansia e si preoccupò: “Era forse malato? aveva preso le zecche nel campo?aveva un’altra donna? – esitò.
“Ma…è pronto in tavola!?” – disse.
“Ti ho detto di prepararmi il bagno!”.
Si sa che la rabbia bisogna coglierla, come tutte le altre opportunità della vita. Anzi, andrebbe addirittura capitalizzata per spenderla nel momento adatto e questo momento adatto lo era davvero; ma se proprio doveva andare da quel furfante, ci sarebbe andato come alla sagra del bue grasso: pulito e profumato.
Non gli servivano spiegazioni in merito al rifiuto: un buon padre si fida sempre delle sue creature, non ha bisogno di ragionamenti e stravolgimenti. Così, davanti alla moglie a alla figlia che lo guardavano stupite, infilò la porta e se ne andò, sbattendola pesantemente.
Ci sarebbe andato a piedi, senza il carretto, dal Piero. La rabbia doveva avere il tempo di salire, di ribollire come il pentolone del vin brulé, come il latte che traboccava sulla stufa al mattino. Doveva agire in fretta, anzi in frettissima, prima che la sua creatura moretta perdesse la sua innocenza per un farabutto e lui perdesse la sua coniglia gravida per quegli ingrati.
“C’è l’Antonio, per caso?”, chiese alla Agata, madre dell’incosciente. E lo fece quasi cantando, per non tradire l’ansia a fior di labbra, vestito a festa lui, col grembiule e il fazzoletto in testa lei.
“…te lo chiamo…”.
Da come lei girò su se stessa, a testa bassa, lui seppe che aveva capito tutto.
L’ Antonio arrivò, puntellato dal padre.
Che pusillanime! Nemmeno riusciva ad affrontare da solo le sue ignavie: aveva bisogno del sicario. Solo allora si accorse di quanto fosse da schiaffi la faccia di quel biondino alto un soldo di cacio, da non  spiegarsi di come avesse potuto stare in mezzo al mare. Brutta razza di marinaio: tutti uguali i marinai, promettono e non mantengono, pensava.
” Ahhh… ci siete tutti e due?” e intanto andava considerando tra sé e sé che nemmeno l’aveva invitato ad entrare, come usava nelle case per bene. Per la vergogna? o forse perché pensavano di non essere alla sua altezza, già che stavano tutti e due in canottiera? Mah…
Tutti zitti. Pareva di stare al cinema: zitti, o stupiti, o terrorizzati…
Meglio così, avrebbe parlato solo lui, ché solo lui aveva il diritto di farlo e così parlò: “Non mi interessa di sapere: neanche vi meritate che io sappia le vostre cose. Ma a te, Antonio, ti devo dire una cosa e ti prego di guardarmi diritto, qui, negli occhi, se sei ancora un uomo, che non so io che cosa avrai fatto su quelle navi?! Tu, a  quella brava ragazza, le devi chiedere scusa per come ti sei comportato, hai capito?”.
“E te” – disse rivolto al Piero, che si guardava una macchia sulla canotta –  alza la testa, che ti pensavo un uomo d’onore e invece…senti bene, sai: o avanti con l’amore o ‘ndre la me conecia! (o avanti con l’amore o indietro la mia coniglia) “.
Coloro che quella sera si riposavano in piazza, lo videro che camminava lento, vestito come per il bue grasso. Teneva in braccio un enorme coniglio nero. Lo teneva come fosse una bambino. Lo baciava sul muso e si percepiva chiaramente che gli stava parlando.
Rispettosamente nessuno lo chiamò per salutarlo e per parlare della vendemmia, come al solito – sottolineo per rispetto – e lo lasciarono a quel suo particolare idillio.
“Troppo lavoro in questo paese. Troppo lavoro e troppo caldo che poi si esce di senno…” pensarono.
Ognuno se lo disse per conto proprio,  ma senza preoccuparsi.
Già sapevano che uno come lui si sarebbe ben presto rinsavito.

Rosita Ghidini Bosco

Polpette di coniglio

polpette di coniglio

Il coniglio è molto usato nella cucina bresciana di tradizione. E’ parte integrante degli spiedi e, da solo, messo ad arrostire o cotto in altri modi, è tuttora uno tra i piatti più consumati nella cucina casalinga. Ho preferito pubblicare la ricetta tradizionale delle polpette e non il coniglio arrostito, sapendo che molti non consumano coniglio per affetto o per questioni di gusto. Potete sostituire alla carne del coniglio altre carni bianche già cotte.

Occorrenti: ciotola, spatola, padella
Ingredienti: avanzi di coniglio, mollica di pane cotto nel latte, formaggio, aglio, prezzemolo, 1 uovo, olio, burro, brodo, salsa di pomodoro (facoltativa), sale q.b.
Tempo di preparazione: 10 minuti + cottura

Con gli avanzi di coniglio, circa 200 g,  arrosto, in umido, o lesso, preparate ottime polpettine, aggiungendo 4 cucchiai colmi di mollica di pane cotta nel latte, 2 cucchiai di formaggio grattugiato, uno spicchio di aglio tritato, sale a piacere, e un uovo sbattuto. Passatele nel pane grattato e friggetele in abbondante olio. Ripassarle poi in padella con burro e brodo per ammorbidirle e aggiungendo salsa di pomodoro se vi piace.

Sempre grazie di leggermi.

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