Le pesche a Febbraio

pesche a febbraio

Quando ormai non ci speravano più, accadde il miracolo. Forse in una sera come tante, prima di addormentarsi e di girarsi ognuno sul proprio fianco.
La gioia di quella gravidanza fuori tempo cresceva in lui, futuro padre attempato, di pari passo con le complicanze di un prevedibile e non singolare problema: le voglie di sua moglie. In quel Febbraio, che più freddo non s’era mai sentito e al limitare della notte, accusò un’improvvisa quanto “squinternata” voglia di pesche.
Bella donna la Marchesa, nobile di cuore e fantasiosa anche nel lanciare i desideri tipici di tutte le future madri, così come lo era in ogni sua espressione. Tant’è che, per questa sua spiccata fantasia, il Marchese  si era ritrovato a dover correre sul greto del fiume, a notte fatta, per pescare piccoli gamberi; dallo speziale, nel tempo del pranzo, a recuperare caramelle d’orzo; a dover incaricare i migliori pescatori delle onde di lago affinché gli trovassero un’anguilla.
“Le voglie marcano” si ripeteva e aspettava, cercando di mantenere inalterata la sua gioia, il momento – prima o poi sarebbe arrivato – della fine delle “voglie gravidiche”. Così le aveva chiamate la levatrice. Che altro poteva fare, lui, se non accontentare sua moglie, sperando di non esaurire la sua amorevole pazienza prima che quel figliolo – o quella figliola – andasse camminando all’indietro come un gambero o avesse la pelle dell’anguilla per una sua, se pur comprensibile, inadempienza.
Non ne parlava, con nessuno, ma si sentiva ormai prossimo al colmo. Oltremodo preoccupato e sempre all’erta. Al punto che, quando la poverina di notte si svegliava all’improvviso, anch’egli subitamente si sentiva percorrere da una frenesia tale da fargli scorrere saliva, quasi che la voglia prendesse anche lui.
Ora era la volta delle pesche. Le pesche in Febbraio. Se solo fosse stata stagione, con tutti i frutteti del Marchesato, ci sarebbero state pesche da sfamare il mondo intero. Ma in Febbraio! In Febbraio! Si mise la mano sulla fronte, sconsolato e se la passò tra i suo pochi capelli.
Accadde che, faustamente, questa mano in testa gli fu davvero provvida. Si ricordò, infatti, di  una corona fatta apposta per lui e fatta di pane, talmente bella con tanto di fioroni, che ci si sarebbe potuti confondere. Non c’era tempo da perdere.  Questa era la cosa giusta da fare, alla giusta ora. Si coprì alla bell’e meglio e uscì di gran furia.
Carlin Fornaio aveva appena acceso il lume della bottega quando sentì bussare al portone: colpi così forti che parevan quasi dolorosi. Da padre di sette figli qual era ebbe di che preoccuparsi e si avviò ad aprire, pensando al peggio. A notte fonda non ci si poteva che spaventare. Aprì e indietreggiò, facendo quasi un salto, stupito e ad un tempo rincuorato: non c’era nessuno dei suoi per fortuna. Sì, ma che cosa ci faceva il Marchese, lì, a notte fonda, con il berretto da notte calato in testa e il pigiama sotto i vestiti? Se non fosse stato che doveva mostrargli il dovuto rispetto, si sarebbe messo a ridere forte. “Marchese, è successo qualcosa?”
“Niente di grave, Carlin. Ma non so che fare! Qui, questa volta si sta facendo complicata: la mia signora ha voglia di pesche…ora, in Febbraio!”.
A Carlin venne ancora più da ridere, pensando che la sua, di signora, aveva sfornato sette spettacoli senza avergli mai dato un problema, non uno, mai. Anzi lo aiutava in bottega fino all’ultimo momento rischiando di spiattellare i figlioli sul freddo e duro pavimento. A quel punto ci sarebbe stato da polemizzare fosse anche solo per riportare quel pover uomo coi piedi per terra. Ma guardando il Marchese e, potendo leggergli in faccia l’angoscia ben scritta, riuscì solo a rispondergli: “Ho capito. Tornate domani mattina, caro Marchese, in qualche modo  vi aiuterò”.
E si salutarono, guardandosi a lungo negli occhi non da nobile a popolano ma da uomo a uomo, riuscendo così a capirsi perfettamente, senza aggiungere nient’altro.
Dovete sapere che Carlin fornaio era davvero un fornaio speciale, altrimenti non sarebbero venuti in tanti e anche da molto lontano per servirsi da lui. Assai famose erano poi le sue sculture di pane.  A chi gli chiedeva il segreto della perfetta lievitazione soleva rispondere che non c’era alcun segreto. Forse era l’acqua della valle, l’aria, forse la farina, forse…forse niente. Tutto l’arcano stava nelle sue mani, grandi; mani generose sempre paonazze per il troppo lavoro.
Non era davvero il caso di perdersi in riflessioni, c’era da fare ora e  ritornò al suo bancone. Per lui riprodurre delle pesche sarebbe stato gran poco rispetto alle sue magnifiche sculture ma, per qualcuno, quelle pesche finte avrebbero rappresentato più di molto. Lavorò con zelo e precisione e per tutto quel tempo non gli riuscì proprio di non pensare a quanto fosse viziata la Marchesa; a quanto era stanco quell’uomo e, infine, a quanto spesso potevano essere smarriti coloro che possedevano in abbondanza. Finita l’opera esaminò con cura  il risultato e si compiacque del suo saper fare.
Quando al mattino, di buonora, il Marchese tornò dal fornaio, aveva gli occhi gonfi della notte insonne. “Marchese, non v’aspettavo così presto. Certo che la Marchesa è gran brava a tenervi sveglio!” disse, ma si penti subito di quello strale proprio infelice.
Cercò allora di rimediare: “Sursum corda Marchese, che il bello deve ancora arrivare. Posso ben dirlo io, che son padre di sette e ho il cuore diviso un pezzo per ognuno! Eccole qua le vostre pesche. Appena formate. Come sono?”. In un piccolo paniere consunto stavano in bella mostra le pesche di Febbraio, talmente verosimilmente belle che di nuovo si sarebbero potute confondere con quelle vere. Niente da dire: Carlin fornaio meritava di essere definito il “Michelangelo del pane”.
“Ma… Carlin, sono uno spettacolo!” e per gradire se ne mise una intera in bocca.
“U-gua-li! Non vedo l’ora che mia moglie le veda e le assaggi. Quanto ti devo, Carlin?”
“Nulla Marchese. Per me è stato un divertimento. Speriamo che la Marchesa le gradisca…ci tengo a saperlo”.
“No, Carlin. È mio dovere ricompensarvi. Prima di tutto nomino voi e vostra moglie padrini del mio erede e vi invito tutti alla festa di battesimo. Per la ricompensa farò di testa mia”. Poi, quasi disorientato, abbracciò Carlin come fosse suo fratello, pensando che avrebbe premiato non una, ma due volte tanto, quella rara quanto preziosa onestà.
Le pesche a Febbraio. E chi l’avrebbe mai detto. Certo che aveva proprio avuto una bella idea, pensò. E se andò con il paniere ben colmo sotto braccio, desiderando di arrivare al più presto dalla Marchesa per testimoniarle ancora una volta il suo amorevole zelo.
Si racconta che per il Marchese quella fu l’ultima fatica, prima di tutte le vere da novello padre e che la sua generosa ricompensa per Carlin non tardò ad arrivare. Per fortuna, perché per quella lussuosa festa di battesimo “il Michelangelo” dovette comprare vestiti e scarpe per nove persone.
La Marchesina Camilla, Cosima, Alda, Teresa,  Giuseppina di Castelduomo di Vergassoli  nacque,  per l’immensa gioia dei suoi adoranti genitori in una tiepida notte di fine Maggio, annunciata da otto colpi di cannone. Era candida come il burro e lo zucchero e rosa, come una pesca.

Ingredienti per il preimpasto: 30 g di zucchero semolato, 200 g di farina manitoba, 60 g di acqua, 50 g di uova, 20 g di lievito di birra, 30 g di burro

Impasto: 260 g di farina 0, 130 g di farina manitoba, 100 g di zucchero, 50 g di burro morbido, 180 g di uova sgusciate, 20 g di arancia candita (facoltativa), 5 g di sale

Per la crema pasticciera: 500 g di latte intero, 6 tuorli, 150 g di zucchero, 42 g di maizena, 1/2 bacello di vaniglia, scorza di un limone

Per la decorazione: alchermes zucchero semolato, foglie di menta o pasta di mandorle verde.

Per preparare il preimpasto: in una ciotola versare la farina a fontana, nel mezzo sciogliere il lievito di birra nell’acqua e poi impastare con gli altri ingredienti. Versatelo sul piano di lavoro e impastatelo a lungo fino a raenderlo liscio e abbastanza morbido. Rimettetelo nella ciotola, copritelo con pellicola e lasciatelo lievitare in luogo non freddo per 90 minuti o fino al raddoppio. Trascorso il tempo schiacciatelo e mettere al centro gli ingredienti dell’impasto. Aggiungete i canditi, se previsti e rovesciate l’impasto sul piano di lavoro. Impastate a lungo, rimettete nella ciotola e  coprite. Lasciate lievitare per circa 2 ore. Trscorso il tempo formate delle palline di circa 15/18 g l’una.
Disponetele distanziate su placche rivestite con carta da forno e lasciatele lievitare fino a triplicare il volume (circa 3 ore e mezza). Cuocete in forno preriscaldato a 175°C, in modalità statica, placca a metà.

Per preparare la crema pasticciera: portate il latte a bollore dopo aver unito la scorza del limone la vaniglia. Montare i tuorli con lo zucchero e il sale e unite sempre montando la maizena. Versate la montata di uova sul latte bollente, filtrato fuori dal fuoco e mescolate con cura. Rimettete sul fuoco e  cuocete fino ad addensare. Versate la crema su un piatto largo e coprite con pellicola a contatto.
Per assemblare: con un coltello a sega tagliate le pesche a metà e formate un incavo con il dito nella parte piatta. Allungate 3 dl di alchermes con poca acqua e immergetevi le mezze pesche, poi passatele nello zucchero semolato. Lasciatele asciugare per 30 minuti. Farcitele con crema abbondante e decoratele con la  menta fresca o foglioline di marzapane colorato. Potete fare il piucciuolo con un chiodo di garofano tagliato, o pezzettini di baccello di vaniglia.

A voi tutti auguro una giornata felice.

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