Pappa col pomodoro: la zuppa d’Estate

Non c’è zuppa…pardon: non c’è storia. La pappa col pomodoro è molto famosa, tanto quanto le brioche della Pompadour. Ma se su queste potremmo nutrire dubbi storici, non è plausibile nutrirli sulla pappa e sul fatto che un popolo affamato fa la rivoluzione. Lo gridava a squarciagola tale Giannino Stoppani, alias Giamburrasca che preso dalla fame definì la pappa col pomodoro un vero capolavoro.

Prima delle brioches della regina di Francia, ahimè decollata, esisteva la pappa col pomodoro, nata dall’intelligenza culinaria dei contadini affamati e arrivata quasi intatta – la ricetta originale è sempre rispettata, salvo rari e comodi casi – sino ai giorni nostri.

E’ un piatto davvero povero ma appunto molto arguto e saporito, ottimo per utilizzare gli avanzi del pane e per servirsi di quei pomodori un tantino troppo maturi.

Giamburrasca era il mio monello preferito dopo Tom Sayer e tanto mi ha fatto divertire. E come tutti i monelli aveva un talento particolare a far arrabbiare i suoi pochi ma onesti genitori. Pensandoci bene: chi non ha un Giamburrasca o più di uno in casa? E allora non è male proporre per le cene d’estate una buona pappa col pomodoro che è migliore tiepida o fredda. Un’avvertenza: il giamburrasca di turno l’amerà, e tanto, da chiedervela a squarciagola.pappa col pomodoroper 4 persone

800 g di pomodoro costoluto

200 g di pane toscano raffermo

1 cipolla

2 spicchi di aglio

2 rametti di basilico

1 cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro

1 pizzico di zucchero

1/2 bicchiere di olio

brodo vegetale

Un mazzetto di basilico

Peperoncino in polvere

Sale, pepe

Tagliamo il pane toscano a fette e disponiamole senza sovrapporle sulla placca da forno. Tostiamole per circa 5 minuti a 200°.  Spelliamo gli spicchi d’aglio eliminiamo il germoglio e tagliamo la cipolla.  Facciamo un soffritto con l’olio, l’aglio e la cipolla,  aggiungiamo i pomodori tagliati a pezzetti, il concentrato e lo zucchero. Copriamo e cuociamo per venti minuti, poi passiamo tutto al setaccio a mano.   Disponiamo le fette di pane in una casseruola, l’ideale sarebbe quella di coccio, uniamo la salsa di pomodoro e abbondante brodo vegetale.  Cuociamo coperto a fuoco basso per un’ora mescolando di tanto in tanto con una frusta, fino a che il pane non si sarà ammollato e il brodo non sarà evaporato.   Profumiamo la pappa con le foglie di basilico spezzettato e un po’ di peperoncino in polvere.  Mescoliamo regoliamo di sale e serviamo la pappa tiepida. E’ molto buona anche fredda.

Una felice giornata a tutti!

 

 

Guelfos: il dolce da portare

Non me ne vogliano i Francesi, che pure son tanto meritevoli come pasticceri, ma questo dolcetto è, a dir del vero, intrigante quasi quanto un macaron.
Il guelfos o guelfus o gueffus o sospiro o suspiros (se comprende la variante della glassa) è una rosa infinita di nomenclature per un composto formato da una scarna quantità di ingredienti, non di più e non di meno di tre: mandorle, zucchero e acqua profumata messi assieme con la probabile intenzione di far sospirare (dalla quale potrebbe derivare uno dei nomi). Ed è quasi un mistero capire perché si chiami in molti modi, anche se, tra tanti sospiri, questo è l’ultimo dei pensieri. Sono state formulate, a tal proposito, varie supposizioni, più o meno avvalorate. Opinioni storiche, dicerie fantastiche, teorie romantiche (che poi son sempre le più avvincenti).
La storia ci suggerisce che furono gli Spagnoli, durante la loro lunga dominazione, ad insegnare in Sardegna l’arte del Guelfus, quando lo zucchero, protagonista della ricetta assieme alle mandorle, era diventato un ingrediente di uso comune. Ma a ben pensarci, in Spagna, non esiste niente di simile se non l’evocativo huelvos dolce, evocativo non per ingredienti medesimi ,ma per i fonemi diversi. Oppure esistono i suspiros, che in pratica sono le meringhe e non sono la stessa cosa.
Invece, la fantasia di una brava scrittrice sarda, fa risalire il nome ai tagli di forbice impressi nella carta colorata che lo avvolge: a forma di merli delle torri ghibelline tardo medioevali. Resta infine l’idea romantica: il guelfus prenderebbe il nome da Guelfo della Gherardesca (a dispetto del nome era un ghibellino) che sposa la bella Elena figlia del re Enzo di Sardegna e si trasferisce da Pisa a Villa di Chiesa, l’attuale Iglesias. Ma non ci sono fonti esatte che attestano la nascita del dolcetto nel tardo Medioevo, periodo nel quale lo zucchero era merce assai preziosa usata solo dagli speziali.
Una bella mescolanza, quindi, soprattutto buona, in mezzo alla quale cercare la verità diviene quasi un azzardo. Rimane, però, una certezza: chi ritorna dalla Sardegna non può non portare i Gueffus in valigia, così come non può conservare il suo mare stupendo negli occhi e nel cuore.

GuelfusMandorle 250 g

Zucchero semolato 250 g

Maraschino ( o anice, o mirto) 1 bicchierino (circa 1 dl)

Acqua di fiori d’arancio 1 bicchierino (circa 1 dl)

Acqua 1/2 bicchiere

Buccia grattugiata di un limone

Zucchero semolato per rivestire

Per eseguire la ricetta vi serviranno: mixer, casseruola, bilancia per dosare, gratella

Sono necessari circa 20 minuti e il riposo

Tritate le mandorle con il mixer (è possibile usare farina già pronta). Mettere nella casseruola mezzo bicchiere di acqua , lo zucchero, il liquore scelto, l’acqua di fiori d’arancio e la buccia grattugiata del limone. Portate ad ebollizione e cuocete sempre mescolando per 5 minuti. Aggiungete la farina di mandorle e continuate a cuocere fino a che tutti i liquidi non saranno evaporati. Togliete il composto dal fuoco e rovesciatelo su un largo piatto per raffreddarlo. Quando la temperatura lo consentirà, inumiditevi leggermente le mani, prelevate della palline grandi quanto una noce e arrotolatele tra i palmi. Rivestitele poi con zucchero semolato. Mettetele su una gratella fine ad asciugare almeno per un giorno. Potete avvolgere i dolci in carta velina colorata. Si conservano per molto tempo.

Felice giornata a tutti!