La torta di Jack O’ Lantern

 

torta di zucca salataCome fosse finito un fantasma nella cucina di un’osteria non era difficile capirlo: i fantasmi possono essere dovunque. Ben più arduo era invece intuire come avesse potuto diventare un aiuto cuoca, un sous chef, via! Tutto era accaduto nella notte di Halloween.
Prima di diventare un fantasma Jack O’ Lantern non era stato quel che si suole definire un buon cristiano, anzi: viveva alle spalle della madre anziana,  tendeva allo sperpero ed era quasi sempre ubriaco. Inoltre, non aveva mai lavorato. Vista la sua condotta nessuna donna lo amò e se ne prese mai cura tranne sua madre, fino a che fu in vita, poi… Ne lui, dal suo canto, era  facile all’innamoramento  o a stabilirsi, come desidera un uomo normale. Tuttavia la sua inerzia sentimentale durò fino al giorno in cui la vide per la prima volta.
Lei si chiamava Jenna Chubby,  era la moglie dell’oste e lavorava in cucina. Non che fosse particolarmente bella, ma si sa che l’amore è cieco. Di lei lo irretivano prima di tutto il piglio deciso, la foga di donna sicura; poi la figura imponente, le braccia forti e il viso bianco e rosso della salute.  Era sempre lei a cacciarlo fuori dall’osteria  a notte fonda, imprecando contro di lui e tutto il genere maschile. E quand’era arrabbiata gli pareva ancora più bella, così forte nella sua veemenza che tutta la mitragliata di insulti a raffica diventava una sequenza di sonetti. Quindi, ciò, fu per lui l’ amore vero dal primo all’ultimo bicchiere; amore cieco e finanche sordo.  Solo con una donna così si sarebbe messo a posto, per sempre! Che dire, che fare: pur di avere le sue attenzioni avrebbe venduto l’anima al diavolo.
Non è che se qualcuno vuole vendere l’anima al diavolo lo deve dire due volte, basta solo una e pensata addirittura, ché lui è sempre alla ricerca di merce e non aspetta altro, infatti…
Nel bel mezzo di una delle sue solite bevute fino a sfinirsi, il diavolo gli si avvicinò e come un amico qualsiasi si mise a parlare del fascino che certe donne erano in grado di suscitare e poi, ancora, pontificò sul fatto che alcune erano specialiste nello stracciare il cuore. Così, vuoi perché in vino veritas, o perché non vedeva l’ora di alleggerire il sacco pieno di sentimento non corrisposto, si confidò con questo amico fortuito facendosi perfino scappare più d’una lacrima.
“Sono il diavolo”. Se ne uscì, dopo lo sfogo, il nuovo arrivato.
“Se vuoi davvero quella donna c’è un solo modo per averla: vendimi l’anima e lei sarà tua per sempre”.
Come, pensò, l’amore in cambio dell’anima? Qualcosa non gli tornava. Pensava e ripensava e, se pur ottenebrato, non si figurava di poter amare qualcuno senza più avere  l’anima. Allora gli prese la paura, la paura forte di essere andato al di là del possibile: era sì molto ubriaco, ma non uno scellerato. Valeva la pena? Mah… Così, preso dal dubbio, chiese al finto amico: “Non ti nascondo, Diavolo, di averci pensato. Ma come faccio ad essere così sicuro che  mi vorrà, dopo che mi sono privato dell’anima?”
“Oh niente di più facile, quello è un problema tutto mio. Vai questa notte al Ponte delle Streghe e la troverai là, che ti aspetta.”
Detto ciò, così com’era apparso il diavolo si dileguò, lasciandolo nella più completa confusione e totalmente immemore del patto appena stipulato. Non solo: troppo pieno di vino quella notte riuscì a mala pena ad aprire l’uscio di casa, dopo essere stato spazzato fuori dall’osteria da una Jenna infuriata, che il ponte delle streghe non sapeva nemmeno dove fosse.
Anche Il diavolo, preso da numerosi impegni, si dimenticò di quell’anima da reclamare e pensò ad altro, per un po’ di tempo; poi improvvisamente si ricordò dell’innamorato perso. Amore o no, la parola era stata data: non si parlava a vanvera con lui, il diavolo.
Quando entrò all’osteria per compiere il suo dovere di diavolo stava imbrunendo. Trovò Jack O’ Lantern seduto al solito tavolo, con la testa tra le mani e più di là che di qua.
“Sono venuto a prendermi quanto mi spetta, caro!” gli intimò.
“Ti ricordi che per amore di Jenna mi hai venduto l’anima? Ti ricordi il ponte delle Streghe? Ora dammi la tua anima!”
Jack, a dire il vero ben poco si ricordava, se non di avere solo dormito. Inoltre niente faceva suppore che Jenna si fosse finalmente invaghita di lui:  era sempre la stessa, con la voce per aria e la  scopa in mano per cacciarlo, nulla era cambiato. Ma la questione dell’anima al diavolo era sicuramente grave e doveva scoprire un modo per risolverla.
“Caro Diavolo” gli disse “Va bene, ti do l’anima. Ma prima permettimi un’ultima bevuta”. E questi, ingolosito, gli rispose: “ Oh, per tutti i diavoli! Beviti anche la decima, ma basta che ti sbrighi, non ho tempo inutile!”.
Si sa che  il diavolo perde facilmente la pazienza, che è viziato e volitivo, che se vuole una cosa fa di tutto per averla.
“Non ho più soldi, dovresti prestarmi una moneta”, e il diavolo “Non ho danaro con me”. Jack O’ Lantern tremava come una foglia, ma riuscì a chiedere: “Allora visto che sei potente trasformati in moneta!”.
Ecco fatto: il diavolo si trasformò in un soldino. Subito Jack prese il diavolo così come s’era reso, monetina, e lo mise in tasca, vicino ad una piccola croce d’argento che gli aveva regalato suo nonno. Ahhhh, che brutta fine fece quel povero diavolo che con le croci non andava d’accordo! Costretto, per giunta, in una tasca puzzolente.
Solo molto tempo dopo riuscì a ricomporsi, a riprendere la sua forma di diavolo, ad uscire da quella tasca e, stiracchiandosi,  tornare finalmente là da dove era venuto, cioè all’Inferno.
Non è dato sapere quanti giorni o quanti anni passarono, di fatto il Diavolo mai si dimenticò di quella tasca stretta, di quella croce che la voleva sempre vinta e dell’inganno.  Jack invece rimase sempre lì, ad ubriacarsi e a ciondolare, innamorato e solo. Poi, per via di quella sua vita dissoluta, morì.
Non che avesse sperato nel Paradiso, no, ma almeno un posto o perfino un postaccio all’Inferno se lo sarebbe meritato, dopo tutta una vita passata a cercarselo e invece… “Ah, ora mi ricordo di te! Mi restano, a memoria, ancora tre o quattro botte e tutte le pieghe, per essere stato costretto e, in assai brutta compagnia, nella tua tasca da ubriacone, brutto disgraziato! Per quanto mi riguarda l’Inferno, ora, te lo dovrai meritare. Io qui non ti faccio entrare!” E detto questo, tirandogli  dietro un tizzone ardente, lo mandò a girovagare, errante a tal punto, da non potersi fermare mai, aspettando di guadagnarsi un posto all’Inferno. Si era proprio dannato l’anima Jack O’ Lantern. Non avrebbe mai dovuto scendere a patti con il diavolo.
Stanco morto, si informò presso alcuni suoi colleghi fantasmi, che stavano vagando come lui, se vi fosse la possibilità di avere una sistemazione anche temporanea: una soffitta, una cantina, un sottoscala, in attesa dell’inferno, per riposare il suo lenzuolo. In simultanea risposero che anch’essi stavano cercando, ma che, per i fantasmi, i tempi erano davvero duri.  Ora non spaventavano più nessuno, neanche i bambini. Addirittura c’era chi li acchiappava e li metteva sotto spirito per tutta l’eternità e allora sì che erano guai seri. Inoltre, la moda del fantasma di famiglia era bell’e che passata. Non rimaneva che aspettare la notte di Halloween quale momento adatto a trovare un buon posto, forse in eterno.
Nella confusione generale di quella notte, non si distinguevano i fantasmi veri dai finti, quindi nessuno si preoccupava di cacciarIi via e nemmeno li mettevano in un vasetto, per il timore di sbagliarsi.  Anche il diavolo non si faceva vivo, per non incorrere in crisi d’identità. Così indisturbati  avrebbero potuto di soppiatto intrufolarsi in un luogo accogliente, da fantasmi.
Per lui ci fu un’unica strada, e forse l’ultima, da percorrere quella notte: la strada verso l’osteria. Perché esisteva un unico posto dove avrebbe voluto riposare il suo stanco lenzuolo: vicino a Jenna Chubby. Di certo, da fantasma, non avrebbe potuto vederlo.  E lì si diresse senza pensarci tanto.
“Oh, Jenna, Jenna! Sapessi come mi sono dannato l’anima per causa tua…” e, mentre con il cuore contrito parlava da solo, vide che alla finestra della sua ostessa rubiconda c’era una bella zucca. Fece per sollevarla e…“Jack o’ Lantern,  giù le mani da quella zucca!  Mi serve per cucinare. Non hai ancora smesso di combinare guai? Vieni qui che ti metto a posto, io…”. Una voce fin troppo conosciuta e desiderata lo fermò. Che dolce musica per le sue fantasmatiche orecchie!
“Ma c’è una candela, dentro…” solo questo riuscì a risponderle. “Che importa? Una volta tolta quella, la cucinerò. Allora! Ti vuoi muovere? Ci sono le patate da pelare, i polli da spennare, il pane da infornare, le torte di zucca da fare, forza!”
Superato lo choc provato nel ritrovarla, scoprì fortunatamente che lei era ancora lei: la stessa donna pratica ed efficiente. Lei era ancora lei: lo stesso grembiule a quadri. La stessa faccia paffuta. Le stesse braccia forti. La stessa voce. Era una certezza. “Con una così” ebbe a dirsi “non hai più paura di niente, non ti ciondoli ubriacandoti. Non vai di qua e là, né da vivo né da morto.”
E infatti fu lì che restò, con un unico dubbio: come aveva potuto vederlo? Che il diavolo ci avesse messo del suo? Mah…di fatto nessun altro mai lo vide all’infuori di lei, che, in virtù di quell’ aiuto inaspettato quanto invisibile , di lì a poco avrebbe fatto ingelosire l’oste. Prese, infatti, ad assentarsi spesso; frequentava la palestra, l’estetista e il parrucchiere. Era più rilassata, perfino dolce e spesso dopo avere ben “cazziato” il suo aiutante, gli faceva l’occhiolino. Che ci fosse un altro? Si chiedeva il buon uomo. Nooo! C’era molto altro: molto, altro, tempo.
Forse il diavolo s’è davvero dimenticato di Jack O’ Lantern, che è sempre lì, lì che lavora: pela patate, inforna il pane, passa lo straccio, e prepara per la notte di Hallowen una torta di zucca davvero buona. Ogni tanto rimpiange di essere capitato in quel posto  con la stessa intensità con la quale aveva bramato di giungervi. Spesso arriva perfino a desiderare che il diavolo torni a riprenderlo, che di tanta fatica non ne può più. Poi però si lascia trastullare dalla vicinanza di Jenna e dalla celestiale illusione di non stare lì per guadagnarsi un posto agli Inferi, bensì ad aspettare un’altra vita  e la possibilità che lei, infine, in quell’altra vita, lo amerà. Ora, per lui, l’Inferno può attendere. Non altrettanto l’amore.

Torta di Jack O’ Lantern

Ingredienti per 8 persone: 200 g di riso vialone nano, 1 albume, 3 cucchiai di grana grattugiato, 30 g di burro, brodo, 400 g di polpa di zucca, 200 g di besciamella o di ricotta, 1 uovo e 1 tuorli, sale e pepe
Ingredienti per la mousse al taleggio: 200 g di panna, 70 g di taleggio, sale

Per preparare la mousse al taleggio: in un pentolino scaldate la panna e il taleggio fino a fonderlo del tutto. Mettete in una ciotola e conservate in frigorifero coperto per almeno 10 ore. Trascorso il tempo montate la panna al taleggio a velocità media. Con la sac a poche decorate a piacere la superficie della torta, o servite a parte.

Per preparare la torta: lessate il riso nel brodo per 12 minuti, scolatelo e mescolatelo con il grana il burro e l’albume. Foderate la tortiera con carta da forno e aiutandovi con il dorso di un cucchiaio livellate il riso sui bordi e sul fondo. Infornate a 200°C per 15 minuti. Nel frattempo mescolate la polpa di zucca con l’ingrediente scelto (besciamella o ricotta) e tutti gli altri ingredienti. Regolate di sale e pepe e travasate nel guscio di riso. Proseguite la cottura a 170° per altri 40 minuti.

Consiglio: per la crosta di riso potrete usare del risotto avanzato.

Buona giornata a tutti!

 

 

 

 

 

 

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Malfatti di zucca in crema al bagoss

malfatti di zucca

Acquistare una zucca intera è un modo, ed è il mio.Nessuno vi vieta di comperare zucca a pezzi, addirittura già tagliata e privata di quelli che vengono definiti scarti. Poiché io non li definisco scarti, anzi uso tutto della zucca – del resto così fece Cenerentola – sono solita acquistare zucche intere e che abbiano “sporchissima” provenienza.  Nel mio post “50 sfumature di arancione”, spiego qualcosa, oltre allo “sporchissima”, che vi faciliterà un acquisto mirato.
Della zucca, dicevo, uso tutto. Usufruisco ovviamente della polpa e mangio buccia e semi. Da lei non mi aspetto che si trasformi in carrozza, del resto non sono Cenerentola, ma potrei essere al massimo la sua matrigna. E nemmeno possiedo topolini da trasformare in scultorei cavalli bianchi.
Dalla zucca, intera si intende, mi aspetto molto di più: che sia compatta e irresistibilmente dolce; che sia di buona scorza, tanto da gradirla.
Per farvela breve: da una carrozza possono sortire spiacevoli sorprese – ai primi rintocchi della mezzanotte potrebbe lasciarmi in mezzo alla strada. Da una buona zucca posso solo aspettarmi molte cortesie: ad esempio che si trasformi in carrozza, oppure…in golosi malfatti!

Per 4 persone

Ingredienti:  300 g di polpa di zucca schiacciata, sale, 1 uovo leggermente battuto, 80 g di farina di semola, 30 g di farina 00, noce moscata, farina 00 per spolverare, 30 g di burro, 30 g di farina, 400 g di latte + un po’, 40 g di bagoss grattugiato
Occorrenti: teglia grande o placca del forno, pellicola di alluminio, schiacciapatate, piatto grande,ciotola, coltello, casseruola, pentola, padella
Tempo di preparazione: 40 minuti + cottura della zucca
Grado di difficoltà: medio

Acquistate una zucca intera. Tagliatela in 6/8 pezzi e mettetela, senza asciugarla, sulla placca del forno. Copritela con pellicola di alluminio e cuocetela per 40 minuti a 180°C. Una volta cotta e raffreddata, togliete la buccia con un coltello, e privatela dei semi scavando con un cucchiaio. I semi della zucca possono essere ulteriormente essiccati in forno a 150° C per 10 minuti e usati per condire pane fatto in casa, per essere aggiunti alle insalate o alle creme di verdura. La buccia può essere condita con olio e sale o aggiunta alle creme di verdure e ai minestroni. Altre ricette con la polpa sono contenute in https://mammachebuono.wordpress.com/2012/10/08/la-spesa-di-ottobre-cinquanta-sfumature-di-arancione.

Per preparare i malfatti: schiacciate la zucca quando è ancora tiepida facendola scendere dallo schiacciapatate. Allargate la polpa su un piatto. Trasferitela all’interno di una ciotola, unite le farine, una presa di sale, la noce moscata e parte dell’uovo leggermente battuto (io ne aggiungo una metà). Iniziate ad impastare mescolando con una forchetta, poi vuotate l’impasto sul piano di lavoro ben infarinato. Preparate su un vassoio della carta da forno o un canovaccio pulito e infarinatelo. Se l’impasto fosse troppo morbido aggiungete altra farina, senza esagerare.
La zucca potrebbe essere molto acquosa (dipende dalla qualità), in questo caso consiglio di disidratarla leggermente ponendola in una casseruola e facendola asciugare sulla fiamma media mescolando. Impastate poi i malfatti solo quando si sarà ben raffreddata.
Formate con l’impasto circa 5 tozzetti e arrotolateli fino a formare dei cordoncini. Tagliate i cordoncini a pezzi di circa 2 centimetri l’uno. Man mano sono pronti, sistemateli sulla carta da forno infarinata, ben distanziati tra loro.

Per preparare la crema al bagoss. Questa salsa non è altro che una besciamella cui viene aggiunto il formaggio grattugiato.  Scaldiamo in una casseruola il burro, lo facciamo sciogliere senza scurirlo. Fuori dal fuoco aggiungete la farina in un solo colpo e mescolate con il cucchiaio di legno. Rimettete la casseruola sul fuoco e rosolate la farina per il tempo necessario (circa 1 minuto). Aggiungete il latte e mescolate con una frusta; cuocete per 5 minuti. Unite il formaggio e fatelo sciogliere. Tenete la salsa su un bagnomaria bollente per tenerla fluida.

Per servire: lessate i malfatti in abbondante acqua ben salata. Appena inizieranno a salire a galla scolateli, sistemateli nei piatti e nappateli con abbondante crema al bagoss. 

In queste giornate dense di festosa magia, oltre ai malfatti, potremmo tentare la carrozza. Che cosa ne pensate?

 

 

 

 

  

  

Tutto quadra

Ci sono giorni in cui so perfettamente di essere tonda e  meglio sarebbe che mi inquadrassi.
Altri in cui sono talmente quadrata, che mi turbo.
Oggi, nella fattispecie delle mie geometrie quotidiane, è un giorno quadrato o inquadrato: vedo quadro, immagino quadro. Tolgo dalla mia credenza lo stampo quadrato.
Ma il ruolo della zucca in tutto questo? La zucca non ha colpe. La zucca subisce e si lascia inquadrare; pure lei, che non ha niente di quadrato. E i cioccolati? Non si lamentino, loro, che sono a quadrotti…Bella confusione!
Ho preso gli ingredienti. Le gocce di cioccolato fondente sono gocce: né  rotonde, né quadrate. Tutt’altra geometria.
Alla fine sono soddisfatta: tutto quadra. E domani?
Domani è un altro giorno: poso lo stampo quadrato e prendo quello rotondo. Buona preparazione.

Torta quadrata di zucca ai tre cioccolati

torta di zucca

Ingredienti per l’impasto: 125 g di burro, 150 g di zucchero di canna, una presa di sale, 3 uova, 300 g di polpa di zucca lessata e schiacciata, 250 g di farina, 10 g di lievito, gocce di cioccolato fondente

Ingredienti per la copertura: 200 g di cioccolato bianco, 200 g di cioccolato al latte
Occorrenti: frustino elettrico o robot da impasto, ciotole, frusta a mano, tortiera quadrata cm 20×20, spatola
Tempo di preparazione: 1 ora, escludendo la cottura della zucca
Grado di difficoltà: medio

Montiamo il burro a pomata con lo zucchero di canna e una presa di sale. Aggiungiamo una alla volte le uova ben fredde e la polpa di zucca, sempre mescolando. Setacciamo la farina e il lievito e li uniamo a mano con la spatola. Addizioniamo infine 2 buone manciate di gocce di cioccolato.
Versiamo l’impasto nella tortiera imburrata e inforniamo a 180°C, in modalità statica per 35 minuti.  Raffreddiamo.
Sciogliamo i due tipi di cioccolato e, dopo averne delimitato una diagonale,  glassiamo la torta con l’aiuto di una spatola. Lasciamo asciugare perfettamente.
A piacere, spolveriamo con cacao amaro.
Auguro a tutti voi un buon fine settimana.       

MAMA POTEI, GO FAT E HOCHEI!

che tradotto significa: mamma, ragazzi ho fatto gli zucchelli

La prima cosa che mi appunterete miei cari compaesani è il dialetto del titolo, la seconda sarà il modo in cui li ho fatti.  Non importa e mi giustifico dicendo che: ho una madre che scrive poesie in dialetto, ma in casa mia la lingua parlata era l’italiano, almeno con noi figli.  Mio padre e mia padre intercalavano ogni tanto secondo il gergo, ma molto raramente.  Quindi non so parlare il dialetto, non me ne vanto, si dia per certo.  C’è qualcuno disposto a darmi lezioni di dialetto aulico e vero?

Inoltrandomi nel bosco insidioso delle ricette lumezzanesi, insidioso perchè non c’è niente di scritto,  ho raccolto informazioni con il “lume” del mio naso, cercando di trametterle nel modo più fedele.   Così è successo per questa ricetta: l’ho carpita, prima ricordata e poi carpita, da una zia; mia mamma non ha mai fatto gli zucchelli- seconda giustificazione attraverso la quale possiate comprendere  qualsiasi libera reinterpretazione-.  Gli zucchelli sono una zuppa- minestra o una minestra- zuppa, anzi no : sono una crema.  Parto da una fotografia, l’unica che sono riuscita a scattare

zucchelli

un’amica ha notato che lo still-life è davvero orribile, ma la foto è stata una, in secula saeculorum, perchè gli zucchelli sono finiti, e subito…erano molto buoni.

Per 4 persone

500 g di zucca, solo la polpa

1 scatola di fagioli o fagioli secchi

Una presa di sale

Latte intero quanto basterà

Noce moscata, pepe

3 cucchiai rasi di farina

30 grammi di burro

Ho messo la zucca a lessare per circa mezz’ora, in circa 6 dita di acqua.  5 minuti prima della fine della cottura ho lavato i fagioli, che erano di Lamon, ma vanno bene i Borlotti e li ho uniti alla zucca.  Facciamo un passo indietro e torniamo ai fagioli.  Se sono secchi, bisogni metterli a bagna in acqua fredda per almeno 12 ore.  Poi si sciacquano e, considerato che il fagiolo cuoce in circa 1. 30 minuti, dobbiamo prima lessare i fagioli e dopo un ora unire la zucca e portarla a cottura.  Quando è tutto cotto e la zucca si lascia trafiggere con la punta di un coltello, togliamo due cucchiai di fagioli e li lasciamo da parte, andranno uniti alla fine.  Raccogliamo in un setaccio i faglioli e la zucca e li  passiamo sopra la loro acqua di cottura.  Regoliamo di sale e insaporiamo con la noce moscata; mescolando dovremo ottenere un minestra densa.  A questo punto allunghiamo con1 bicchiere di latte intero o più e riportiamo a bollore.  Mente bolle setacciamo sopra la minestra i cucchiaio di farina alla volta, mescolando con una frusta.  Dopo l’ultimo cucchiaio uniamo i fagioli che avremo lasciato da parte.  In tutto la minestra-zuppa-crema dovrà cuocere 10 minuti.  Togliamo dal fuoco e mantechiamo con il burro.  Si lascia leggermente intiepidire e si serve in questo modo: presa una scodella si versa all’interno un dito di latte intero molto freddo, poi con due cucchiai si versano gli zucchelli.  Provare per credere…io vi do un consiglio gourmet: invece del latte, versiamo panna liquida, freddissima.

Lumezzanesi e non, questa è una ricetta da provare, che devo definire evoluta.  Mi metto nei panni di questa intelligente massaia, o intelligenti massaie, che davanti ad una minestra di verdura troppo liquida abbiano ben pensato di “tirarla”, con della farina e del burro, proprio come farebbero dei cuochi professionisti.  Chapeau!

Buon fine settimana a tutti!