Le pranzo idee della Domenica: Manzo all’olio alla bresciana

manzo all'olio alla bresciana

Assieme alla variegata famiglia dei casoncelli, rimane l’altra ricetta famosa della tradizione bresciana
Deriva dai famosi bolliti di Rovato, che venivano allestiti durante le “Sagre del bue grasso”, dove si premiavano i bovini da carne più “pesanti”. Gli allevatori, allettati dal premio ambito, si sforzavano nell’ allevare le bestie a uova e massaggi giornalieri.
Esistono, del manzo all’olio, alcune varianti, ma tutte si rifanno all’usanza di rimaneggiare il classico bollito e renderlo ben più moderno sostituendo all’acqua del buon olio degli olivi lacustri. Non un dito, non un bicchiere, no: la cottura del pezzo intero viene effettuata nell’olio in immersione completa.
A piacere l’olio può essere mescolato a del vino bianco; si possono aggiungere altre  verdure e variare gli insaporitori, così come il taglio della carne; ma la costante è, senza alternativa o rimedio, la lunga, lunghissima cottura: dalle tre alle quattro ore.
Questa cottura-lessatura in olio profondo, potrebbe lasciarci presagire un piatto molto indigesto. Invece è vero il contrario: il grasso ha solo la funzione di ammorbidire la carne; non passa nella carne, anzi è la carne che rilascia nell’olio il suo grasso, imbibendo dei suoi succhi saporiti l’intingolo, che risulta alla fine delizioso. Buona preparazione!

Per 6 persone

Occorrenti: pentola, spago da cucina, pellicola di alluminio, frullatore a immersione o setaccio a mano
Ingredienti: Kg 1,250 di polpa di manzo adatta (preferibilmente cappello del prete), olio di oliva (tanto quanto necessita l’immersione completa della carne),125 g di finocchio, 125 di sedano, 250 g di carota, 25 g di aglio, 50 g di acciughe sott’olio
Tempo di preparazione: 15 minuti + cottura

Legare la carne con spago da cucina. Inserirla nella pentola. Mondare le verdure, unirle alla carne e aggiungere le acciughe. Coprire con l’olio di oliva. E’ molto importante che la carne sia completamente immersa nell’olio. Meglio quindi usare per la cottura una pentola in quanto è lunga e stretta, come se preparassimo un bollito.  Iniziare la cottura a fuoco vivace. Appena accenna a bollire abbassare al minimo e cuocere almeno per tre ore coperto.
Trascorso il tempo, togliere la carne e chiuderla nella pellicola di alluminio. Fuori dal fuoco  inserire: 50 g di capperi dissalati sotto acqua corrente, 250 g di acqua, 1 cucchiaio abbondante di pan grattato e frullare con il frullatore a immersione o passare con il setaccio a mano.
Tagliare la carne a fette spesse. Mettere in un piatto e irrorare con la salsa. Servire ben caldo accompagnato da polenta o purè di patate.

Buona giornata!

 

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Più del cappone potè…il cappone senza le ali

Se non abbiamo un cavallo possiamo ben far trottare un asino: potremmo andare ugualmente al passo, sfoggiare comunque un trotto elegante e forse anche azzardare un repentino galoppo – in verità non so se l’asino può galoppare. Ma se non abbiamo il cappone?
Esattamente questa fu la sorgente del quesito che, in tempi piuttosto lontani, una tenace e affaccendata contadina della Piccola Francia, che non era la Francia dei francesi, ma la Franciacorta, si pose la mattina della vigilia della festa del Patrono quando entrando nel pollaio, pronta all’efferato delitto, non trovò il cappone. Ad esser sinceri, fu il secondo, quello, di quesito, perché  il primo fu: “che fine ha fatto il cappone?”.
Se fosse stata una faina, un ladro, un manipolo di affamati, che il suo era un cappone con i fiocchi, tanti quante erano le piume, non era dato sapere. Ma da persona pratica qual’ era, “la tenace”, non si perse d’animo ed in primis  pensò a come allocare tutto quel ripieno fatto il giorno prima. Sparito il contenente restava pur sempre il contenuto e non si poteva nemmeno pensare di buttarlo, mai fosse!
Così, mentre passava dal pollaio all’orto, cercando di non calpestare niente di quel ben di Dio, vide la verza che s’apriva, apriva le sue foglie trasudanti di rugiada quasi in una sorta di sorriso benedicente, ed ebbe l’idea: avrebbe messo nelle foglie di verza tutto quello che sarebbe dovuto entrare nel cappone volato, sparito, rubato. Molto bene. In tal modo, avrebbe fatto. In seguito avrebbe cercato il suo cappone. E così fece.

Grande piatto questo, davvero grande. E che i bresciani abbiano a ringraziare la loro cucina, il cappone volato, la signora e la sua verza.
Si chiama Capù sensa ale, cappone senza le ali, e la storiella è inventata, poiché è più plausibile giustificare la sostituzione gastronomica con ragioni dettate dalla carenza – la carne era previlegio di pochi – che non con la fuga o con il ratto del cappone.
Posso definire la preparazione, non esagerando, controversa: sei ricette una diversa dall’altra, e tre nomi diversi. Da alcuni è citata come Capunsei , da alcuni come Capu’ sensa cosse (cappone senza cosce), piatto che prevede di arrotolare la salsiccia nella foglia di verza – infine, appunto, come Capù sensa ale (cappone senza ali).  Che il cappone se la sia data a gambe, perché non aveva ali, o che abbia spiccato il volo, perché non aveva gambe – d’altra parte non piace a nessuno farsi tirare il collo – ha poca importanza, quello che conta è l’invenzione gastronomica che trasforma la semplice necessità nel nutrirsi in vera e propria arte.

Capu’ sensa le ale

Mi sono attenuta alla ricetta che conoscevo e che trasferisco con l’unica variante d’aver sostituito al lardo il burro. E’ un piatto decisamente calorico e sicuramente per stomaci forti, ma tant’è e prendiamolo per tale, evitando di mangiare altro e servendolo con verdurine lessate o fresche.

capù

per 4 persone

occorrenti: ciotola, pentolino, padella, casseruola, colapasta, carta da cucina. spago da cucina, forbici
Ingredienti: 8 foglie di verza, 150 g di formaggio da grattugia misto, 100 g di pane grattugiato, 80 g di pasta di salame o salsiccia,  30+30 g di burro, 1/2 lt di brodo(vegetale o di carne), 2 cucchiai di cipolla tagliata molto sottile, 1/2 spicchio di aglio, 2 cucchiai di prezzemolo tritato, 3 cucchiai di olio, 3 cucchiai di conserva di pomodoro, sale e pepe
tempo di preparazione: 1 ora
grado di difficoltà: medio
Calorie: a richiesta…*

Sbollentiamo le foglie di verza dopo averle lavate in acqua leggermente salata, le scoliamo e le mettiamo su della carta da cucina. In una ciotola mettiamo il pane il formaggio una presa di sale, l’aglio schiacciato e il prezzemolo, aggiungiamo il brodo caldo e mescoliamo con una forchetta per amalgamare. In una padella facciamo rosolare la cipolla in 30 g di burro e aggiungiamo la salsiccia sgranata,  il composto di pane e formaggio  e lo rigiriamo fino a che non avrà ben assorbito il burro. Prendiamo le foglie e con la forbice tagliamo la parte bianca più dura, poniamo al centro un cucchiaio abbondante di ripieno e chiudiamo a involtino che legheremo con lo spago da cucina. In una larga padella scaldiamo il burro rimanente e l’olio, stemperiamo la salsa di pomodoro in un po’ di brodo e la aggiungiamo. Posiamo gli involtini nella padella e li portiamo a cottura coperta per circa 30 minuti, avendo cura di allungare con del brodo se il sugo tendesse a restringersi troppo e di irrorare ogni tanto con lo stesso gli involtini. Serviamoli ben caldi dopo aver tolto lo spago da cucina.

Varianti: è ammesso l’uso di altri involucri che potrebbero  essere foglie di bieta, erbette, perfino lattuga ottimo espediente per utilizzarne le foglie esterne.

*Calorie a richiesta significa che in caso di computo alto, le calorie non vengono precisate per non disincentivarvi all’assaggio – un po’ come succede per il prezzo a richiesta delle parure. Io vi consiglio di chiudere gli occhi, di non pensare alle calorie, e di assaggiare… domani sarà un altro magnifico giorno.

Buona giornata!

I casoncelli bresciani

Chiunque, una volta arrivato dalle mie parti,  chiedesse ai giovani e non qual è il piatto tipico della cucina bresciana, otterrebbe un’unica risposta: il casoncello. E se, incuriosito ne chiedesse la ricetta, potrebbe entrare in leggera confusione, perché su cento risposte ne avrebbe cento diverse. Zona che vai casoncello che trovi: di carne, di pane, di formaggio, di zucca, a seconda dei prodotti del territorio. E non solo, perché addirittura, di modi di far casoncelli, se ne possono trovare uno diverso per ogni casa, differente anche nella forma.
La ricetta che pubblico è di mia mamma, così come fatti da lei sono i casoncelli che ho fotografato. Sono gli stessi che faceva mia nonna per la sua osteria, ricetta ufficiale di casa mia, quindi. Buona preparazione!

 
occorrenti: macchina per tirare la sfoglia o mattarello, rotella dentata, pinza per la chiusura o forchetta
Ingredienti per 50 pezzi circa: 400 g di pasta fresca all’uovo, 150 g di carne trita, 50 g di salsiccia, 1 cipolla media,100 g di pane grattugiato, 150 g di formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio, sale, spezie(cannella, noce moscata)

 

 

Per il ripieno: facciamo prendere colore alla cipolla nel burro-possiamo sostituirlo con sugo d’arrosto o midollo-tritiamo finemente la carne, la uniamo al soffritto e la rosoliamo. Lontano dal fuoco amalgamiamo gli altri ingredienti e rimettiamo sul fuoco, aggiungendo del brodo caldo. Teniamo sul fuoco il ripieno fino a che non si amalgamerà del tutto e il brodo si asciugherà.  Se lo desideriamo possiamo aggiungere un uovo. Il ripieno preparato in buona quantità si conserva coperto in frigorifero per 3 o 4 giorni. Una volta stesa la pasta, tagliamo  dei quadrati, posiamo una nocciola di ripieno al centro e chiudiamo a triangolo. Con l’apposita pinza o con l’aiuto di una forchetta li sigilliamo bene e li adagiamo su un vassoio infarinato. Si possono congelare e mettere in sacchetti.  Lessiamoli in acqua bollente leggermente salata per circa 5 minuti(il tempo di cottura dipende dallo spessore della pasta) e condiamoli con abbondante burro fuso, salvia e una generosa dose di parmigiano grattugiato, o con sugo d’arrosto.

casoncelli bresciani

Ho messo il racconto a fine pagina, così che chi non lo volesse leggere può passare oltre. Auguro a tutti una bella giornata.

Una storia d’amore e di casoncelli


Lui sapeva perfettamente  che sposandola non avrebbe avuto giorni tranquilli. Ma l’amava, l’amava davvero e non vedeva l’ora di renderla sua moglie. E così come chi, arrivato davanti ad un baratro, ne viene irrimediabilmente irretito e sente forze e voci che lo trattengono, ma niente possono, contro quella che è la sua attrazione istrionica, andò camminando soave, sulle note dolci dell’organo, verso il suo destino. Avrebbe potuto cambiarlo, non che non lo potesse fare- si sa che ognuno è l’artefice della propria sorte- ma lui, cambiarlo, non voleva proprio, desiderava quella donna ad ogni costo.
“E’ solo per il tuo bisogno di affetto.., cosa ci trovi? , non sa fare nulla…,  è brutta e segaligna come un manico di scopa,  lo sai che è matta…non stirerà, non laverà…non mangerai…, non ha ritegno…,  ti sposa per sistemarsi…” e questi erano i soliti ritornelli di una canzone passata di moda, per i quali esercitava ben volentieri l’arte umana del tubo passante: veloce, da un orecchio all’altro, e via!
Si sposarono in un brumoso mattino di Novembre, ancora buio alle ultime ore. Lei: intirizzita, in un piccolo abito di tulle color cenere di rose e la sua zazzera rossa che pareva un lampadario nei giorni di festa, scarpe col tacco e bouquet di fiori di campo. Lui: lungo lungo, nel suo abito migliore, la cravatta col nodo perfetto, le scarpe nuove e lucide con un’ imprevedibile suola rossa…rossa come il suo cuore, perdutamente innamorato.
Gli invitati, presi qua e là, occupavano i primi banchi: tra grandi e piccoli non se ne potevano contare più di venti. Nessuno osò dire a voce alta ciò che pensava- che quel matrimonio  non s’aveva da fare- forse per la voglia di mangiar casoncelli a volontà, e bere vino nuovo in una piccola osteria, in mezzo ad alberi vuoti e viti senza l’uva.
I frati s’erano tanto dati da fare e non solo per le nozze. Si può dire che nonostante non avessero potuto trattenerlo per sempre con loro, lo avevano curato come si cura un figlio: per  mezzo loro era cresciuto, per mezzo loro aveva potuto studiare da infermiere, e ora lavorava presso la casa di riposo del paese, un lavoro di tutto rispetto e buona retribuzione tale da potersi  permettere di metter su famiglia.
Che fosse quest’amore un fatto tutto suo gli altri lo sapevano ma non potevano capire. Per lui era più che normale amare e non essere ricambiato. In verità dell’amore non ne sapeva un granché, ma era strenuamente convinto che quello vero potesse smuovere le montagne. Questa era la sua idea, la sua incrollabile fede, il suo progetto.
La montagna granitica, che tutti definivano strana e imprevedibile, per non dire altro, faceva la callista in uno stanzino posto appena fuori dal centro del paese, dove, visti gli orari insoliti che il bugigattolo osservava, tutti pensavano non si levassero solo i calli, che non si offrisse solo consolazione al mal di piedi, ma un pronto intervento per altri mali, parimenti comuni.
Lui , che l’aveva conosciuta in quell’angusto contesto, da quel giorno avvertiva ogni callo come un segno divino. Eh sì, perché con il trascendente sapeva d’ avere un rapporto particolare, che andava al di là del familiare, spingendosi fino all’amicizia sincera. Dio per lui era più di un padre: gli era stato amico fraterno, mai l’aveva abbandonato, quando dopo molta sofferta indecisione aveva svestito il saio e si era aperto al mondo per colpa o merito di un callo; per visione estatica di una zazzera rossa che gli era parsa come il manto della Madonna; per  quelle mani bianco luna intente al lavoro, che sentiva quasi come imposte dall’alto.
Gli era costato abbandonare il convento che era diventata la sua casa da quando, nel suo giorno perfetto, i frati l’avevano amorevolmente raccolto dai gradini della chiesa. Ognuno ne aveva un po’, nella vita, di giorni perfetti, ma non molti, forse due o tre; potevano passare senza che ci si accorgesse di loro e quello dei gradini era un caso. L’altro suo giorno perfetto era stato quello del callo, e il terzo poteva essere questo di Novembre pieno di bruma e di fiori opachi, che lui aspettava, forse da sempre, in cui
furono dichiarati marito e moglie.
Per lei nulla cambiò, e nemmeno per lui, sempre stolido, fermo nella certezza, poiché era infermiere, di poter curare amorevolmente i dolori del corpo, quanto similmente quelli dello spirito, che in lui andavano crescendo di giorno in giorno.
Scorreva la vita e cresceva la mole del suo lavoro: se prima lavava stirava cucinava per sé, ora doveva farlo per due. A lei, questo lui lo sapeva, non piacevano i lavori di casa: parlava poco e lavorava molto, toglieva calli, ma non la polvere. Di lì a poco il loro nido d’amore avrebbe potuto tramutarsi in un ricettacolo di cose da non dire , se non ci avesse pensato  lui. Non gli dava fastidio: gli bastava di vederla rientrare, con la sua zazzera rossa e gli occhiali e mezz’asta. Adorava che lei mandasse le scarpe per aria e si catapultasse sulla poltrona, rimanendo a occhi fissi, guardando non si sa cosa…”è per la grande stanchezza” ripeteva dentro di sé “è solo stanca…”.
Una volta presa la decisione più difficile e cioè quella di dovere essere ogni giorno di buonumore, aveva preso, più o meno, anche tutte le altre e non si poteva lamentare,  doveva tirare dritto…Ogni tanto, però, si abbandonava ad un consolatorio sconforto. Allora usciva fuori alla chetichella e si metteva seduto per terra sotto una finestra che dava sul retro, si copriva il viso per nascondersi da quel mondo che tanto non lo avrebbe potuto vedere e… piangeva. Piangeva con un pianto disperato di  bambino, che gli sussultavano stomaco e cuore.
Ma accadde qualcosa: in una sera d’Estate che lo sgabuzzino era chiuso per ferie e tutti erano al mare- senza calli. Accadde che lei ebbe modo di sentire quel pianto di bambino e di avvertire chiari i sussulti di un uomo.
Lui, che non la vide, non l’avrebbe saputo mai. Lei, che mai glielo avrebbe rivelato, rientrò in casa. Scosse la testa, si passò le mani nella zazzera rossa e si mise a lavare i piatti di casa sua, per la prima volta.
Sarebbe ora molto interessante conoscere del come e del perché ad alcuni basti poco per capire che chi gli vive accanto  stia piombando in una rovinosa infelicità, mentre ad altri debba rendersi necessaria una folgorazione. Poco o tanto da folgorarsi non importa, l’importante è capirlo. E lei capì.
Come ogni giorno, a parte pochi, anche in quella calda e tranquilla mattina d’agosto il giornalaio stava seduto sullo sgabello, masticava uno stecchino che non finiva mai e aspettava i clienti abituali del quotidiano. Non si sarebbe di certo immaginato di trovare in mezzo alla profana processione proprio lei,  vestita come solo lei sapeva vestirsi, e non credette ai suoi occhi e alle sue orecchie:
“…ce l’hai un libro di cucina?”
“quale vuoi? …signora… ”
“uno…con tante figure”
“ ecco, madame…qui c’è anche la ricetta dei casoncelli bresciani”.
Pagò, si mise il libro sottobraccio, inforcò la bicicletta e prese, pedalando svelta, la direzione di casa, col vestito che s’era gonfiato all’aria e mostrava tutto ciò che non si doveva mostrare. Ma oramai, a lei, nulla importava, se non di poter rendere suo marito un po’ più felice.
Era già buio, quando lui entrò nel garage con la bicicletta. Scese. Stanco di una giornata calda e impossibile, come solo sa esserlo una giornata di lavoro quando tutti sono in vacanza, s’avviò verso casa asciugandosi la fronte con il fazzoletto e pensando a cosa avrebbe preparato per cena. Lei? c’era? non c’era?…tranquilla? arrabbiata?…
Era pur vero che da qualche giorno a questa parte, aveva notato nei suoi occhi  un’espressione leggermente persa; aveva ammirato i suoi gesti quasi dolci, ne aveva apprezzato le sincere intenzioni vedendola lavare i piatti e tentare lo spolvero. Fosse che il suo amore, quasi perduto, cominciasse proprio ora che stava perdendosi del tutto, a provocare smottamenti alla montagna?…meglio non pensarci, non  illudersi, che poi alla sofferenza della delusione nessuno si abitua facilmente. Così era la sua vita, così aveva scelto di viverla: mal-lavato, mal-nutrito, mal-stirato, non amato. E questo era il peggio.
Aprì la porta. Nessuno gli venne incontro, come al solito, ma in quei due metri che separavano l’ingresso dal salottino”buono”, avvertì un profumo inconsueto, che gli ricordò quello del convento nei giorni di festa. Tutto buio. Solo la luce fioca della sera che entrava dalla porta aperta lasciava intravedere quel poco che per lui produsse lo stesso effetto di un miraggio dopo giorni di deserto…si strofinò gli occhi per poter guardare meglio: casoncelli dappertutto…c’erano casoncelli dappertutto. Ce n’erano sopra il tavolo, sulle seggiole, sul divano, sulle poltrone e sui pensili, sulle mensole e nella credenza semi aperta dove c’era posto… perfino sul piccolo televisore. Era chiaro chi fosse l’artefice di tanta abbondanza, pari ad una moltiplicazione divina di pani e pesci: indossava un grembiule troppo grande e…farina dovunque…aveva farina dovunque.
“Ti sono sempre piaciuti, lo so…” e gli buttò le braccia al collo.
Preso così, alla sprovvista, riuscì solo a pensare alle devastanti conseguenze climatiche che il fortuito abbraccio avrebbe potuto causare: piogge, neve, trombe d’aria , uragani… persino terremoti , si divincolò con dolcezza.
“perché è tutto buio?” chiese con un filo di voce
“dose per 30 persone. Lasciare riposare la pasta  in un luogo fresco e buio. Questo c’era scritto sul libro…”
Si accasciò sulla poltroncina, preso da quello che attualmente potrebbe essere definito  un calo dello stress, srotolando tutta la sua vita, come si fa con un rullino: i gradini, i frati, il saio, i giorni perfetti, le chiacchere, il freddo di Novembre, l’amore che smuove, il non amore che fa piangere, la finestra sul retro, i casoncelli…già, i casoncelli. Dove li avrebbero potuti mettere? erano così tanti…
Si racconta che da quel momento preciso iniziò a piovere e piovve insistente per giorni, tanto che pochi ebbero il coraggio di uscire di casa. Non vi furono catastrofi, ma quella pioggia era comunque strana per quel tempo estivo, tanto strana che fu degna di memoria. Poi la pioggia finì e finirono i casoncelli, solo una cosa, che  iniziò quella sera, non ebbe fine.
A quell’abbraccio fortuito di quel giorno perfetto, ne seguirono altri, lunghi come il tempo che li aveva preceduti. E furono tanti, ma così tanti che davvero non si sarebbero potuti contare.

Rosita Ghidini Bosco

Carpaccio con salsa bresciana di peperoncini e bagoss

Le salse sono molto care al cuore di chi cucina. Dalle più semplici alle più elaborate scaturiscono dai saperi e dai modi antichi del “far da mangiare”, esaltano e ingentiliscono i sapori e si sposano alla perfezione con qualsiasi pietanza.  Salse italiane famose da ricordare per dovere sono la bagna cauda piemontese, il saor veneto, il salmoriglio siciliano, il pesto di Genova e molte altre ancora, che da tanta abbondanza sono nati dei veri e propri trattati.
Questa che oggi vi propongo è una salsa bresciana quasi sconosciuta, credo, per una sola ragione: non è stata tramandata. La tradizione, anche se ricca e viva, è destinata a subire uno stop se non viene divulgata. Ho accompagnato con questa salsa antica intrisa di sapori forti un piatto moderno.   .

Carpaccio con salsa bresciana di peperoncini e bagoss

carpaccio

Occorrenti: mixer ad immersione o frullatore, tagliere, spatola, batticarne, carta forno
tempo di esecuzione: 15 minuti
grado di difficoltà: basso
ingredienti per 4 persone: 600 g di magatello di manzo, vitellone o vitello, 10 peperoni verdi sott’aceto, 50 g di bagoss di  media stagionatura, 50 g di parmigiano reggiano mezza costa  di sedano, 2 dl circa di olio di oliva extravergine

Tagliamo la carne a fette sottili che metteremo tra due fogli di carna forno o pellicola per renderle sottilissime. Con un batticarne le battiamo fino a raggiungere lo spessore desiderato e le sistemiamo nel piatto di portata. Per preparare la salsa puliamo i peperoncini dal picciolo e li tagliamo a metà, li laviamo sotto l’acqua fredda e li asciughiamo tra due fogli di carta da cucina; poi li mettiamo nel bicchiere del mixer dopo averli tagliati con le forbici in 3 o 4 parti. Aggiungiamo anche il sedano tagliato a rondelle, metà dell’olio, e iniziamo a frullare; completiamo con i formaggi, l’olio rimasto e amalgamiamo frullando fino ad ottenere una salsa di giusta densità che metteremo sul carpaccio.
Questa salsa è ottima anche con carni lessate e uova sode.

Consigli: il carpaccio si può acquistare già tagliato, in questo caso accorcerete il tempo di preparazione, ma non avrete la possibilità di scegliere la qualità della carne e di contenere il costo. Se volete ricavare il carpaccio dalla carne surgelata toglietelo dal freezer almeno 20 minuti prima di tagliarlo e in questo modo riuscirete ad affettarlo già molto sottile. Nell’eventualità, non così remota, di non potere reperire il formaggio bagoss, potete usare stessa quantità di formaggi da grattugia. Ma non appena capitate dalle mie parti, ai laghi o sui monti, approfittatene. Sul blog ho pubblicato altre ricette dedicate a questa”gemma preziosa delle malghe”.

Buona giornata!

Galeotto fu il biscotto

Un giorno qualcuno ebbe a ridire sulle mie polpette dicendo che, se le avessi buttate contro al muro, di certo sarebbe crollato. Non passò molto tempo che, rivisto il mio modo di far polpette, misi al sicuro il muro e chiusi la bocca al bel tendenzioso.
Ma ancora non taceva: ” d’altra parte non si può pretendere…a Brescia non avete tradizione culinaria!?”
” non sono bresciana, sono lumezzanese, che equivale ad un bresciano elevato alla potenza ennesima…” gli risposi, ferita nel mio orgoglio, che ribolliva come magma incandescente. Iniziai con un biscotto semplice, assai rustico, ma talmente buono intinto nel latte… se ne innamorò perdutamente.
“Quanto a biscotti non ti batte nessuno…”mi sussurrava.
Arrivarono poi nell’ordine seguente: minestre con le mereconde, galline ripiene, rustignì e bossolà. Non passo molto tempo che il bel tendenzioso ebbe paura di ingrassare e migrò verso altre cucine…-non si prende un uomo per la gola, non più al giorno d’oggi.
Nella vita, miei cari, tutto serve, poiché feci un salutare ripasso delle mie ricette della tradizione bresciana, che non è vero che non c’è.
Se galeotto fu il biscotto, non lo furono altrettanto il capretto e tutto il resto. Non importa, mi rimangono sempre le ricette e ve le affiderò.  Buona esecuzione!

Biscotto bresciano 

biscotti bresciani 

occorrenti: ciotola, spatola, frustino elettrico, carta forno, teglia
tempo di preparazione: 20 minuti + cottura
grado di difficoltà: medio
per un biscotto di g 20  25 calorie
Ingredienti per circa 20 biscotti: 400 g di farina00,100 g di zucchero semolato,5 g di sale,10 g di miele, 30 g di uovo intero, 20 g di albume, 25 g di latte intero, 60 g di burro, una punta di cucchiaino di vaniglia, 5 g di carbonato di ammonio, 5 g di lievito in polvere

Scaldiamo il latte con la vaniglia e lo lasciamo riposare per almeno mezz’ora. Fondiamo il burro e aggiungiamo lo zucchero e il sale, il miele e il latte filtrato. Mescoliamo e uniamo la farina setacciata con il lievito, l’uovo e il carbonato. Mescoliamo bene e uniamo l’albume montato a neve. Stendiamo l’impasto in un rettangolo non più alto di 4 mm. e tagliamo i biscotti con una rotella dentata. Sistemiamo sulla placca del forno foderata con carta forno e cuociamo placca metà e portello in fessura a 180°C per 15 minuti, e a 200°C per 5 minuti. Si conservano per molti giorni se ben chiusi.

Non accendete il forno per carità…troppo caldo, mettete da parte la ricetta e la riesumerete in tempi più adatti. Buon proseguimento di quest’Estate vera davvero.