L’arte di “clafutare”

Il clafoutis è un dolce della Francia. E’ buono, leggero e non ha stagione, perché tutta la frutta, di tutte le stagioni, è buona per clafutare.
Clafutare? Certamente, come no! E allora: clafutiamo… ma con arte.
Infatti: prendendo un semplice clafoutis che, solitamente, vediamo racchiuso e costretto dentro una pirofila da forno o un guscio di frolla, possiamo creare con un po’ di fantasia una forma particolare, svettante e leggera, che non invidia niente a complicate costruzioni dolciarie.
Non pone limiti l’arte del clafutare e questa non è che una tra le tante possibili interpretazioni. Cambiamo frutta? Variamo l’ordine della stratificazione? Spostiamo le decorazioni?
Possiamo fare tutto, a nostro piacimento. Possiamo fare tutto, o decidere di non fare niente. Fare poco o il meno possibile. Vale a dire: prendendo un semplice clafoutis lo lasciamo… talis et qualis: è arte comunque. Se non sarà  delizioso per gli occhi, lo sarà per il palato: questo impasto di base è squisito. Buona preparazione.

Clafoutis di pesche gialle e…una cialda                          

clafoutis

Per 4 persone

Occorrenti: ciotola, frustino elettrico, tritatutto, tagliere, coltello, tortiera rettangolare o quadrata, coppapasta, padella, pentolino
Ingredienti per l’impasto: 60 g di crema pasticciera, 100 g di burro, una presa di sale, 100 g di mandorle tritate, 100 g di zucchero semolato, 20 g di fecola di patate, 1 uovo, 100 g di pesche
Ingredienti per le pesche caramellate: 300 g di pesche, 4 cucchiai di zucchero, 30 g di burro, 2 cucchiai di succo di limone
Ingredienti per la cialda: 50 g di zucchero semolato, 50 g di miele, 50 g di burro, 50 g di mandorle tritate
Ingredienti per comporre il dolce: pesche tagliate sottilissime, gelato alla vaniglia o crema pasticciera 
Grado di difficoltà: medio
Tempo di preparazione: 45 minuti + cotture

Preparazione della cialda: in un pentolino riuniamo il burro, il miele, e lo zucchero. Portiamo tutto ad ebollizione e aggiungiamo le mandorle tritate. Su una placca foderata di carta forno, deponiamo il composto a cucchiaiate e cuociamo a 180°C in modalità ventilata fino a colorazione completa(circa 4 minuti).
Preparazione dell’impasto: sbucciare le pesche e tagliarle a pezzi piccoli, metterle in una ciotola e spruzzarle con poco succo di limone. Con il frustino lavoriamo il burro a crema e aggiungiamo lo zucchero lavorando ancora. Uniamo la farina di mandorle e l’uovo ben freddo e la fecola setacciata. Completiamo con la crema pasticciera e le pesche. Versiamo il composto nella tortiera, livelliamo ad altezza di 1,5 cm. Cuociamo in forno a 170°C placca a 2/3, per circa 20 minuti. Sforniamo e lasciamo raffreddare completamente.
Preparazione delle pesche caramellate: sbucciamo le pesche e le tagliamo a cubetti, lasciando la buccia. In una padella versiamo lo zucchero aggiungiamo il succo del limone e quando avremo ottenuto un caramello chiaro aggiungiamo le pesche, mescoliamo e uniamo il burro. Proseguiamo la cottura fino a renderle morbide.
Composizione del dolce: Affettiamo una pesca sottilissima dopo aver tolto la buccia. Mettiamola in una ciotola e spolveriamola con poco zucchero semolato. Mescoliamo.Disponiamo il clafoutis freddo sul fondo del coppapasta. Copriamo con le fettine di pesca e sovrapponiamo un altro cerchio di clafoutis. Completiamo con un velo di crema pasticciera, fette di pesca e la cialda. Prima di servire possiamo cospargere con poco zucchero a velo. Accompagniamo con le pesche caramellate.

Una precisazione: l’impasto base per un clafoutis servito nella pirofila è in realtà ancora più semplice e non contiene burro. Questa, lo ripeto è una delle  varianti. E’ sempre possibile sostituire il burro con olio di semi di arachide, calcolando di inserirne 80 g su 100 g di burro.

A coloro i quali si fossero chiesti se esista o meno l’arte del clafutare, rispondo che non valuto il contrario. Se sussiste  l’arte del cantare, del buon scrivere, del disegnare, del ricamare, perfino dell’amare, non vedo perché non debba esistere quella di clafutare. Buona giornata a tutti e grazie infinite di leggermi.

Buona giornata!

   

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Pacifica lattuga

Non sono esperta di guerra e questa è un’ ignoranza della quale mi compiaccio. Poco conosco e quel poco mi deriva da rimembranze scolastiche. Ricordo che perché nasca una guerra ci vuole un casus: il casus belli, la goccia di quel vaso pieno di rabbia o di pazienza che trabocca. Segue la creazione di una strategia, o forse la stessa precede il casus. Poi inizia il conflitto. Ricordo che può essere breve come un lampo o sfiancare per più di trent’anni.
Nella storia lunga dell’umanità le guerre purtroppo né si contano né finiscono, così pure, nella più o meno lunga storia delle nostre vite, insorgono conflitti,  si combatte fuori e dentro di noi, si avanza in prima linea. E dire che avremmo così bisogno di pace, per trovare la quale non esiste in realtà un disegno o una tattica ben precisi, cosicché senza una mappa difficilmente si trova il tesoro.
Siamo arrivati alla Elle(mi piace di scriverla per intero) come lattuga che nel linguaggio segreto delle verdure sta a significare una necessità normale quanto indispensabile: il bisogno di pace. Così normale da sembrare scontata, tanto normale che nessuno la nota-sempre succede nel caso di ciò che è dato per certo-. Anzi è perfino inopportuno dirlo apertamente che si ha bisogno di pace, quasi s’avesse il timore di mostrarci deboli.  In realtà non siamo  mai stati così forti, e fermi, sull’intenzione di prenderci una pausa, di uscire dalla prima linea e la lattuga parla per noi.
Ha un ruolo difficile la lattuga, difficile e richiesto, ma fortunatamente è assai diffusa e confido nella sua abbondanza. Quindi se avremo la pacifica lattuga nel piatto cerchiamo di non esasperare, ma se la regaleremo o la cucineremo a nostra volta, deve essere chiaro che non possiamo esasperarci: abbiamo bisogno di pace…

Sformatino piccante di lattuga al vapore con salsa ai peperonisformatino

 

per 4 persone

Occorrenti: ciotola, padella, tagliere, coltello, stampini monoporzione, pellicola di alluminio
Ingredienti:400 g di lattuga, 90 g di uovo, 200 g di panna, peperoncino, noce moscata, 2 cucchiai di grana grattugiato, 300 g di peperoni rossi privati della buccia, aglio, olio evo, sale, acqua, zucchero
tempo di preparazione: 30 minuti+cottura
calorie a porzione circa

Per la salsa: priviamo i peperoni della buccia, dei filamenti bianchi e dei semi. Nel bicchiere del frullatore ad immersione li frulliamo con dell’acqua (2 cucchiai) fino a renderli cremosi poi li passiamo al colino. In un pentolino mettiamo una nocciola di burro 1 cucchiaio di olio, una presa di zucchero, regoliamo di sale e scaldiamo la salsa fino a farla diventare quasi sciropposa.

Per lo sformato: laviamo la lattuga, la asciughiamo e la spezziamo grossolanamente con le mani. In una padella scaldiamo 2 cucchiai di olio con l’aglio, uniamo la lattuga il peperoncino(una buona manciata) e la noce moscata(una presa). Saliamo e portiamo a cottura per 5 minuti.In una ciotola sbattiamo leggermente le uova, aggiungiamo la panna e il formaggio. A questo punto mescoliamo al composto di uova e panna la lattuga che avremo ridotto molto sottile. Versiamo il composto negli stampini e cuociamo a vapore coperto con pellicola per 30 minuti. Serviamo lo sformatino caldo e la salsa tiepida, con lattuga fresca a parte condita con aceto balsamico.

Una ricetta per due: se preparerete un po’ di salsa e di lattuga in più, potrete condire della pasta e in questo modo: scaldiamo 3 cucchiai di olio con uno spicchio di aglio in una padella e stemperiamo 4 filetti di acciuga, aggiungiamo la lattuga e lasciamo insaporire. Scoliamo la pasta al dente, la versiamo nella padella,  aggiungiamo la salsa di peperoni e la saltiamo fino ad amalgamare bene. Ottima!

Curiosità: per i piccoli la lattuga è un ottimo sedativo naturale. Messa nei brodi vegetali o nei centrifugati con altra frutta o verdura predispone ad un riposo più tranquillo. Teniamo però conto delle sue proprietà leggermente lassative.

Felice giornata!

Reginetta di bontà

reginette

Questa reginetta potrebbe far impallidire d’invidia un macaron, anzi no: può farlo cadere secco d’amore…certo lei è proprio carina: non alta, ma con tutte le curvette al posto giusto; armonica, elegante nella presenza, una vera reginetta di bellezza, con quel tocco di perenne e delicata abbronzatura tipico di chi fa sport all’aria aperta…

Vi chiedo di perdonarmi la digressione in stile fisiognomico dolciario, ma è per sostenere  un dato di fatto: se, per il macaron, reginetta lo è per via della bellezza, per me lo è per via della sua bontà. Come spesso succede, è una faccenda di punti di vista, divergenti.
Detto questo vi conduco alla gioia del dunque. Oggi qui da me c’è della gioia, e mi piacerebbe vi arrivasse tutta quanta, perché ho realizzato il mio biscotto del ricordo preferito: la reginetta di Omegna.
E’ ancora vivo il pensiero di noi, tutti e sei, attorno al tavolo, mentre scartiamo queste meraviglie venute da lontano-per quei tempi Omegna era lontana- portate da un amico di famiglia. Belle, buone, bella anche la scatola: rigorosamente di metallo smaltato molto resistente, con una bella immagine del lago d’Orta sul coperchio. Dentro i biscottini, dei quali non sapevamo il nome, avvolti a due a due nella carta trasparente, che parevano occhietti vispi, o soldatini in marcia.
Finivano in fretta, troppo in fretta; poi si stava ad aspettare la visita successiva di chi gentilmente ce li regalava e si teneva la scatola per conservare gli oggetti: mia mamma ci teneva gli arnesi per il cucito, per me diventavano gli armadi capienti dei vestiti delle bambole, o teche per le collezioni più impensabili, che lusso!
In verità non è stato semplice trovarne la ricetta, o, per meglio dire, quella che desideravo: ho visto descritte duchesse e duchessine, ma duchesse e regine, che dir si voglia, non sono mai state la stessa cosa. Mentre la cercavo ho scoperto che il biscottino è brevettato dalla pasticceria di Omegna che lo produce a tutt’oggi, quindi mi sono affidata alla memoria,  ad un po’ di pratica  e ad un po’ di grammatica.
Chi lo sa se gli originali avranno ancora la stessa scatola, la medesima presentazione e quel sapore indimenticabile, quella consistenza particolare, sul cui ricordo ho cercato di ricostruire.  In attesa, non della ricetta originale, perché ho molto rispetto dei brevetti, ma di recarmi ad Omegna e testare di persona, pubblico la mia ricostruzione sensoriale e il suo risultato: per me, per la mia famiglia, per voi che mi leggete. Buona preparazione!
Reginette farcite al gianduia

reginette farcite   

per circa 25 biscotti completi di farcitura

Occorrenti: sacca da pasticcere, bocchetta liscia diam. 10 mm., ciotola, spatola, tritatutto, tappetino di silicone o teglia, carta forno
ingredienti: 90 g di nocciole ridotte a farina, 1 uovo+ 1 tuorlo, 75 g di burro morbido, 105 g di zucchero semolato, 100 g di farina, una presa di sale, vaniglia in estratto(facoltativa), 100 g di crema di cioccolato al gianduia per farcire
tempo di preparazione:30 minuti
grado di difficoltà:facile
calorie a biscotto g 10 cad 56

Tostiamo le nocciole in forno a 150°C per 10 minuti, rigirandole spesso. Poi le sfariniamo con movimenti a intermittenza nel mixer. Pesiamo la farina di nocciole, la mettiamo nella ciotola e aggiungiamo l’uovo e il tuorlo, mescolando per uniformare il composto. Aggiungiamo la presa di sale, il burro ammorbidito quasi fuso, lo zucchero e amalgamiamo. Uniamo per ultima la farina  e completiamo il composto che dovrà essere di consistenza semiliquida. Inseriamo il composto nella sac a poche e formiamo sulla teglia foderata con carta forno dei mucchietti un po’ più grandi di una nocciola. Inforniamo a 150° per 10 minuti, poi alziamo la temperatura a 200°C e portiamo i biscotti a doratura completa per altri 5 minuti. La cottura deve avvenire con portello del forno in fessura.
Ammorbidiamo la crema al gianduia e farciamo i biscottini senza esagerare, schiacciandoli tra indice e pollice per accoppiarli. Se chiusi in una scatola di metallo si conservano per molto tempo.
Sono ottimi per accompagnare il caffè del dopo cena.

Un caro saluto.

Più del cappone potè…il cappone senza le ali

Se non abbiamo un cavallo possiamo ben far trottare un asino: potremmo andare ugualmente al passo, sfoggiare comunque un trotto elegante e forse anche azzardare un repentino galoppo – in verità non so se l’asino può galoppare. Ma se non abbiamo il cappone?
Esattamente questa fu la sorgente del quesito che, in tempi piuttosto lontani, una tenace e affaccendata contadina della Piccola Francia, che non era la Francia dei francesi, ma la Franciacorta, si pose la mattina della vigilia della festa del Patrono quando entrando nel pollaio, pronta all’efferato delitto, non trovò il cappone. Ad esser sinceri, fu il secondo, quello, di quesito, perché  il primo fu: “che fine ha fatto il cappone?”.
Se fosse stata una faina, un ladro, un manipolo di affamati, che il suo era un cappone con i fiocchi, tanti quante erano le piume, non era dato sapere. Ma da persona pratica qual’ era, “la tenace”, non si perse d’animo ed in primis  pensò a come allocare tutto quel ripieno fatto il giorno prima. Sparito il contenente restava pur sempre il contenuto e non si poteva nemmeno pensare di buttarlo, mai fosse!
Così, mentre passava dal pollaio all’orto, cercando di non calpestare niente di quel ben di Dio, vide la verza che s’apriva, apriva le sue foglie trasudanti di rugiada quasi in una sorta di sorriso benedicente, ed ebbe l’idea: avrebbe messo nelle foglie di verza tutto quello che sarebbe dovuto entrare nel cappone volato, sparito, rubato. Molto bene. In tal modo, avrebbe fatto. In seguito avrebbe cercato il suo cappone. E così fece.

Grande piatto questo, davvero grande. E che i bresciani abbiano a ringraziare la loro cucina, il cappone volato, la signora e la sua verza.
Si chiama Capù sensa ale, cappone senza le ali, e la storiella è inventata, poiché è più plausibile giustificare la sostituzione gastronomica con ragioni dettate dalla carenza – la carne era previlegio di pochi – che non con la fuga o con il ratto del cappone.
Posso definire la preparazione, non esagerando, controversa: sei ricette una diversa dall’altra, e tre nomi diversi. Da alcuni è citata come Capunsei , da alcuni come Capu’ sensa cosse (cappone senza cosce), piatto che prevede di arrotolare la salsiccia nella foglia di verza – infine, appunto, come Capù sensa ale (cappone senza ali).  Che il cappone se la sia data a gambe, perché non aveva ali, o che abbia spiccato il volo, perché non aveva gambe – d’altra parte non piace a nessuno farsi tirare il collo – ha poca importanza, quello che conta è l’invenzione gastronomica che trasforma la semplice necessità nel nutrirsi in vera e propria arte.

Capu’ sensa le ale

Mi sono attenuta alla ricetta che conoscevo e che trasferisco con l’unica variante d’aver sostituito al lardo il burro. E’ un piatto decisamente calorico e sicuramente per stomaci forti, ma tant’è e prendiamolo per tale, evitando di mangiare altro e servendolo con verdurine lessate o fresche.

capù

per 4 persone

occorrenti: ciotola, pentolino, padella, casseruola, colapasta, carta da cucina. spago da cucina, forbici
Ingredienti: 8 foglie di verza, 150 g di formaggio da grattugia misto, 100 g di pane grattugiato, 80 g di pasta di salame o salsiccia,  30+30 g di burro, 1/2 lt di brodo(vegetale o di carne), 2 cucchiai di cipolla tagliata molto sottile, 1/2 spicchio di aglio, 2 cucchiai di prezzemolo tritato, 3 cucchiai di olio, 3 cucchiai di conserva di pomodoro, sale e pepe
tempo di preparazione: 1 ora
grado di difficoltà: medio
Calorie: a richiesta…*

Sbollentiamo le foglie di verza dopo averle lavate in acqua leggermente salata, le scoliamo e le mettiamo su della carta da cucina. In una ciotola mettiamo il pane il formaggio una presa di sale, l’aglio schiacciato e il prezzemolo, aggiungiamo il brodo caldo e mescoliamo con una forchetta per amalgamare. In una padella facciamo rosolare la cipolla in 30 g di burro e aggiungiamo la salsiccia sgranata,  il composto di pane e formaggio  e lo rigiriamo fino a che non avrà ben assorbito il burro. Prendiamo le foglie e con la forbice tagliamo la parte bianca più dura, poniamo al centro un cucchiaio abbondante di ripieno e chiudiamo a involtino che legheremo con lo spago da cucina. In una larga padella scaldiamo il burro rimanente e l’olio, stemperiamo la salsa di pomodoro in un po’ di brodo e la aggiungiamo. Posiamo gli involtini nella padella e li portiamo a cottura coperta per circa 30 minuti, avendo cura di allungare con del brodo se il sugo tendesse a restringersi troppo e di irrorare ogni tanto con lo stesso gli involtini. Serviamoli ben caldi dopo aver tolto lo spago da cucina.

Varianti: è ammesso l’uso di altri involucri che potrebbero  essere foglie di bieta, erbette, perfino lattuga ottimo espediente per utilizzarne le foglie esterne.

*Calorie a richiesta significa che in caso di computo alto, le calorie non vengono precisate per non disincentivarvi all’assaggio – un po’ come succede per il prezzo a richiesta delle parure. Io vi consiglio di chiudere gli occhi, di non pensare alle calorie, e di assaggiare… domani sarà un altro magnifico giorno.

Buona giornata!

Nobili avanzi, nobili ricicli

Troppo nobili per avanzare questi avanzi? Non credo, perché capita.
Capita che una chiacchiera via l’altra ci dimentichiamo di mettere il gelato in freezer e, lo stesso, che prima era ben compartimentato nei suoi diversi gusti, si tramuta in un amalgama di svariate tinte.
Oppure succede che non possiamo conservarlo nel congelatore per il motivo più elementare: non abbiamo freezer. E ancora: ne abbiamo acquistato in misura eccessiva senza tener conto della dieta, della cena abbondante, del “sono allergico al lattosio”. E la nobiltà dell’avanzo, in questo caso – ma non solo – è la nobiltà del riciclo.
Mi fate osservare che il gelato non avanza mai. Va bene, molto meglio mangiarlo tutto, ma nel caso avanzasse teniamo conto che avremo una chance in più.

Budino di avanzi di gelato al vapore

budino con avanzi

occorrenti: frusta, ciotola, ciotolina, pentola per cottura a vapore o cestello
tempo di preparazione: 5 minuti+ cottura
ingredienti: 250 g di avanzo di gelato, 1 uovo un tuorlo, 80 g di biscotti sbriciolati
Calorie per porzione: 260 per il prodotto senza l’accompagnamento
Dopo aver lasciato scongelare il gelato avanzato se è stato conservato in freezer, aggiungiamo l’uovo e il tuorlo, mescolando con una frusta, sbricioliamo e biscotti e li aggiungiamo. Versiamo in 4 stampini monoporzione e copriamo con la pellicola di alluminio. Cuociamo al vapore per 20 minuti. Raffreddiamo e serviamo accompagnato con panna, cioccolato o coulis di frutti. Il mio consiglio è di usare gusti che possano ben combinarsi tra loro. C’est tout.

Felice giornata!

I come indivia: delusione d’amore

E’ diffusa la delusione, tanto quanto sono diffuse le aspettative, ed è strettamente proporzionale ad esse: quanto più sono alte, tanto più è forte.  Sì può essere delusi da un libro o da un film, da una vacanza, da un’amicizia; delusi da pochi, da molti, da sé stessi-capita più spesso di quanto si pensi- delusi dal nostro amore. La delusione da parte dell’amato bene echeggia l’illusione, ne è rima perfetta ed è amara quanto di sovente inaspettata. Per questo ho pensato che le tre indivie: belga, scarola, riccia, possano essere il tramite vegetale per esternarla.
Do per scontato che per confessare la propria delusione, piccola o immensa che sia, possediamo un’arma vincente, anzi, non mi piace definirla arma, preferisco considerarlo una sorta bacchetta magica che spesso giace chiusa in un cassetto con doppia mandata: il dialogo. Ma se la chiave è introvabile e per il deluso è difficile parlare, colui o colei che stanno deludendo facciano buon uso della memoria. Se ieri hanno gustato delle indivie belghe gratinate e oggi stanno per tagliare la pizza di scarola, si fermino un momento, indugino sul taglio e pensino.

Pizza di scarola e caciotta

pizza con le scarole

Occorrenti: ciotola,forchetta, padella
ingredienti per la pasta: 500 g di farina 0, 1/2 cubetto di lievito di birra, 1 cucchiaino di zucchero, 1 cucchiaino da tè di sale, 40 g di burro, 60 g di olio di oliva extravergine, 125 g di latte, 125 g di acqua
Ingredienti per il ripieno: 1 cespo grande di indivia scarola, 4 cucchiai di olio di oliva, 6 filetti di acciuga, 2 spicchi di aglio, 3 cucchiai di olive, 2 cucchiai di capperi, 80 g di caciotta
grado di difficoltà: medio
tempo di preparazione: 1 ora, escluse le lievitazioni

Per la pasta: facciamo la fontana con la farina, lo zucchero, il burro ammorbidito e l’olio in una ciotola. Sciogliamo il lievito di birra nel latte, aggiungiamo l’acqua e lo versiamo nella fontana iniziando ad impastare, aggiungiamo il sale. Appena l’impasto inizierà a formarsi lo rovesciamo sul piano di lavoro e continuiamo ad impastare fino ad ottenere un composto liscio. Lo mettiamo sotto una ciotola e lo facciamo lievitare per circa 2 ore. Per il ripieno In una padella rosoliamo l’aglio con l’olio e i filetti di acciuga che sgraneremo con una forchetta. Aggiungiamo la scarola che avremo lavato asciugato e tagliato a listarelle. Portiamo a cottura e uniamo, quando sarà morbida, le olive i capperi e la  caciotta tagliata a fette sottili. Regoliamo di sale e teniamo da parte. Ungiamo leggermente il fondo di una tortiera quadrata o rotonda,  dividiamo l’impasto in due parti uguali e tiriamo con il matterello fino a formare il primo quadrato che inseriremo nella tortiera e bucheremo con una forchetta. Mettiamo dentro la tortiera il ripieno e chiudiamo con l’altro pezzo di pasta. Sigilliamo bene ai lati pressando con i rebbi di una forchetta, buchiamo la superficie e facciamo lievitare coperto ancora per un’ora. Cuociamo in forno a 200° per 30 minuti. Lasciamo raffreddare su una gratella e serviamo fredda e già porzionata.

Consigli: questo impasto, tipico della Campania è per tradizione farcito con la scarola, ma possiamo usare altre verdure.

Come avrete potuto notare  nel mio Dizionario delle verdure manca la lettera H, o forse è solo momentaneamente sospesa. Sempre grazie di leggermi. Buona giornata!

I casoncelli bresciani

Chiunque, una volta arrivato dalle mie parti,  chiedesse ai giovani e non qual è il piatto tipico della cucina bresciana, otterrebbe un’unica risposta: il casoncello. E se, incuriosito ne chiedesse la ricetta, potrebbe entrare in leggera confusione, perché su cento risposte ne avrebbe cento diverse. Zona che vai casoncello che trovi: di carne, di pane, di formaggio, di zucca, a seconda dei prodotti del territorio. E non solo, perché addirittura, di modi di far casoncelli, se ne possono trovare uno diverso per ogni casa, differente anche nella forma.
La ricetta che pubblico è di mia mamma, così come fatti da lei sono i casoncelli che ho fotografato. Sono gli stessi che faceva mia nonna per la sua osteria, ricetta ufficiale di casa mia, quindi. Buona preparazione!

 
occorrenti: macchina per tirare la sfoglia o mattarello, rotella dentata, pinza per la chiusura o forchetta
Ingredienti per 50 pezzi circa: 400 g di pasta fresca all’uovo, 150 g di carne trita, 50 g di salsiccia, 1 cipolla media,100 g di pane grattugiato, 150 g di formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio, sale, spezie(cannella, noce moscata)

 

 

Per il ripieno: facciamo prendere colore alla cipolla nel burro-possiamo sostituirlo con sugo d’arrosto o midollo-tritiamo finemente la carne, la uniamo al soffritto e la rosoliamo. Lontano dal fuoco amalgamiamo gli altri ingredienti e rimettiamo sul fuoco, aggiungendo del brodo caldo. Teniamo sul fuoco il ripieno fino a che non si amalgamerà del tutto e il brodo si asciugherà.  Se lo desideriamo possiamo aggiungere un uovo. Il ripieno preparato in buona quantità si conserva coperto in frigorifero per 3 o 4 giorni. Una volta stesa la pasta, tagliamo  dei quadrati, posiamo una nocciola di ripieno al centro e chiudiamo a triangolo. Con l’apposita pinza o con l’aiuto di una forchetta li sigilliamo bene e li adagiamo su un vassoio infarinato. Si possono congelare e mettere in sacchetti.  Lessiamoli in acqua bollente leggermente salata per circa 5 minuti(il tempo di cottura dipende dallo spessore della pasta) e condiamoli con abbondante burro fuso, salvia e una generosa dose di parmigiano grattugiato, o con sugo d’arrosto.

casoncelli bresciani

Ho messo il racconto a fine pagina, così che chi non lo volesse leggere può passare oltre. Auguro a tutti una bella giornata.

Una storia d’amore e di casoncelli


Lui sapeva perfettamente  che sposandola non avrebbe avuto giorni tranquilli. Ma l’amava, l’amava davvero e non vedeva l’ora di renderla sua moglie. E così come chi, arrivato davanti ad un baratro, ne viene irrimediabilmente irretito e sente forze e voci che lo trattengono, ma niente possono, contro quella che è la sua attrazione istrionica, andò camminando soave, sulle note dolci dell’organo, verso il suo destino. Avrebbe potuto cambiarlo, non che non lo potesse fare- si sa che ognuno è l’artefice della propria sorte- ma lui, cambiarlo, non voleva proprio, desiderava quella donna ad ogni costo.
“E’ solo per il tuo bisogno di affetto.., cosa ci trovi? , non sa fare nulla…,  è brutta e segaligna come un manico di scopa,  lo sai che è matta…non stirerà, non laverà…non mangerai…, non ha ritegno…,  ti sposa per sistemarsi…” e questi erano i soliti ritornelli di una canzone passata di moda, per i quali esercitava ben volentieri l’arte umana del tubo passante: veloce, da un orecchio all’altro, e via!
Si sposarono in un brumoso mattino di Novembre, ancora buio alle ultime ore. Lei: intirizzita, in un piccolo abito di tulle color cenere di rose e la sua zazzera rossa che pareva un lampadario nei giorni di festa, scarpe col tacco e bouquet di fiori di campo. Lui: lungo lungo, nel suo abito migliore, la cravatta col nodo perfetto, le scarpe nuove e lucide con un’ imprevedibile suola rossa…rossa come il suo cuore, perdutamente innamorato.
Gli invitati, presi qua e là, occupavano i primi banchi: tra grandi e piccoli non se ne potevano contare più di venti. Nessuno osò dire a voce alta ciò che pensava- che quel matrimonio  non s’aveva da fare- forse per la voglia di mangiar casoncelli a volontà, e bere vino nuovo in una piccola osteria, in mezzo ad alberi vuoti e viti senza l’uva.
I frati s’erano tanto dati da fare e non solo per le nozze. Si può dire che nonostante non avessero potuto trattenerlo per sempre con loro, lo avevano curato come si cura un figlio: per  mezzo loro era cresciuto, per mezzo loro aveva potuto studiare da infermiere, e ora lavorava presso la casa di riposo del paese, un lavoro di tutto rispetto e buona retribuzione tale da potersi  permettere di metter su famiglia.
Che fosse quest’amore un fatto tutto suo gli altri lo sapevano ma non potevano capire. Per lui era più che normale amare e non essere ricambiato. In verità dell’amore non ne sapeva un granché, ma era strenuamente convinto che quello vero potesse smuovere le montagne. Questa era la sua idea, la sua incrollabile fede, il suo progetto.
La montagna granitica, che tutti definivano strana e imprevedibile, per non dire altro, faceva la callista in uno stanzino posto appena fuori dal centro del paese, dove, visti gli orari insoliti che il bugigattolo osservava, tutti pensavano non si levassero solo i calli, che non si offrisse solo consolazione al mal di piedi, ma un pronto intervento per altri mali, parimenti comuni.
Lui , che l’aveva conosciuta in quell’angusto contesto, da quel giorno avvertiva ogni callo come un segno divino. Eh sì, perché con il trascendente sapeva d’ avere un rapporto particolare, che andava al di là del familiare, spingendosi fino all’amicizia sincera. Dio per lui era più di un padre: gli era stato amico fraterno, mai l’aveva abbandonato, quando dopo molta sofferta indecisione aveva svestito il saio e si era aperto al mondo per colpa o merito di un callo; per visione estatica di una zazzera rossa che gli era parsa come il manto della Madonna; per  quelle mani bianco luna intente al lavoro, che sentiva quasi come imposte dall’alto.
Gli era costato abbandonare il convento che era diventata la sua casa da quando, nel suo giorno perfetto, i frati l’avevano amorevolmente raccolto dai gradini della chiesa. Ognuno ne aveva un po’, nella vita, di giorni perfetti, ma non molti, forse due o tre; potevano passare senza che ci si accorgesse di loro e quello dei gradini era un caso. L’altro suo giorno perfetto era stato quello del callo, e il terzo poteva essere questo di Novembre pieno di bruma e di fiori opachi, che lui aspettava, forse da sempre, in cui
furono dichiarati marito e moglie.
Per lei nulla cambiò, e nemmeno per lui, sempre stolido, fermo nella certezza, poiché era infermiere, di poter curare amorevolmente i dolori del corpo, quanto similmente quelli dello spirito, che in lui andavano crescendo di giorno in giorno.
Scorreva la vita e cresceva la mole del suo lavoro: se prima lavava stirava cucinava per sé, ora doveva farlo per due. A lei, questo lui lo sapeva, non piacevano i lavori di casa: parlava poco e lavorava molto, toglieva calli, ma non la polvere. Di lì a poco il loro nido d’amore avrebbe potuto tramutarsi in un ricettacolo di cose da non dire , se non ci avesse pensato  lui. Non gli dava fastidio: gli bastava di vederla rientrare, con la sua zazzera rossa e gli occhiali e mezz’asta. Adorava che lei mandasse le scarpe per aria e si catapultasse sulla poltrona, rimanendo a occhi fissi, guardando non si sa cosa…”è per la grande stanchezza” ripeteva dentro di sé “è solo stanca…”.
Una volta presa la decisione più difficile e cioè quella di dovere essere ogni giorno di buonumore, aveva preso, più o meno, anche tutte le altre e non si poteva lamentare,  doveva tirare dritto…Ogni tanto, però, si abbandonava ad un consolatorio sconforto. Allora usciva fuori alla chetichella e si metteva seduto per terra sotto una finestra che dava sul retro, si copriva il viso per nascondersi da quel mondo che tanto non lo avrebbe potuto vedere e… piangeva. Piangeva con un pianto disperato di  bambino, che gli sussultavano stomaco e cuore.
Ma accadde qualcosa: in una sera d’Estate che lo sgabuzzino era chiuso per ferie e tutti erano al mare- senza calli. Accadde che lei ebbe modo di sentire quel pianto di bambino e di avvertire chiari i sussulti di un uomo.
Lui, che non la vide, non l’avrebbe saputo mai. Lei, che mai glielo avrebbe rivelato, rientrò in casa. Scosse la testa, si passò le mani nella zazzera rossa e si mise a lavare i piatti di casa sua, per la prima volta.
Sarebbe ora molto interessante conoscere del come e del perché ad alcuni basti poco per capire che chi gli vive accanto  stia piombando in una rovinosa infelicità, mentre ad altri debba rendersi necessaria una folgorazione. Poco o tanto da folgorarsi non importa, l’importante è capirlo. E lei capì.
Come ogni giorno, a parte pochi, anche in quella calda e tranquilla mattina d’agosto il giornalaio stava seduto sullo sgabello, masticava uno stecchino che non finiva mai e aspettava i clienti abituali del quotidiano. Non si sarebbe di certo immaginato di trovare in mezzo alla profana processione proprio lei,  vestita come solo lei sapeva vestirsi, e non credette ai suoi occhi e alle sue orecchie:
“…ce l’hai un libro di cucina?”
“quale vuoi? …signora… ”
“uno…con tante figure”
“ ecco, madame…qui c’è anche la ricetta dei casoncelli bresciani”.
Pagò, si mise il libro sottobraccio, inforcò la bicicletta e prese, pedalando svelta, la direzione di casa, col vestito che s’era gonfiato all’aria e mostrava tutto ciò che non si doveva mostrare. Ma oramai, a lei, nulla importava, se non di poter rendere suo marito un po’ più felice.
Era già buio, quando lui entrò nel garage con la bicicletta. Scese. Stanco di una giornata calda e impossibile, come solo sa esserlo una giornata di lavoro quando tutti sono in vacanza, s’avviò verso casa asciugandosi la fronte con il fazzoletto e pensando a cosa avrebbe preparato per cena. Lei? c’era? non c’era?…tranquilla? arrabbiata?…
Era pur vero che da qualche giorno a questa parte, aveva notato nei suoi occhi  un’espressione leggermente persa; aveva ammirato i suoi gesti quasi dolci, ne aveva apprezzato le sincere intenzioni vedendola lavare i piatti e tentare lo spolvero. Fosse che il suo amore, quasi perduto, cominciasse proprio ora che stava perdendosi del tutto, a provocare smottamenti alla montagna?…meglio non pensarci, non  illudersi, che poi alla sofferenza della delusione nessuno si abitua facilmente. Così era la sua vita, così aveva scelto di viverla: mal-lavato, mal-nutrito, mal-stirato, non amato. E questo era il peggio.
Aprì la porta. Nessuno gli venne incontro, come al solito, ma in quei due metri che separavano l’ingresso dal salottino”buono”, avvertì un profumo inconsueto, che gli ricordò quello del convento nei giorni di festa. Tutto buio. Solo la luce fioca della sera che entrava dalla porta aperta lasciava intravedere quel poco che per lui produsse lo stesso effetto di un miraggio dopo giorni di deserto…si strofinò gli occhi per poter guardare meglio: casoncelli dappertutto…c’erano casoncelli dappertutto. Ce n’erano sopra il tavolo, sulle seggiole, sul divano, sulle poltrone e sui pensili, sulle mensole e nella credenza semi aperta dove c’era posto… perfino sul piccolo televisore. Era chiaro chi fosse l’artefice di tanta abbondanza, pari ad una moltiplicazione divina di pani e pesci: indossava un grembiule troppo grande e…farina dovunque…aveva farina dovunque.
“Ti sono sempre piaciuti, lo so…” e gli buttò le braccia al collo.
Preso così, alla sprovvista, riuscì solo a pensare alle devastanti conseguenze climatiche che il fortuito abbraccio avrebbe potuto causare: piogge, neve, trombe d’aria , uragani… persino terremoti , si divincolò con dolcezza.
“perché è tutto buio?” chiese con un filo di voce
“dose per 30 persone. Lasciare riposare la pasta  in un luogo fresco e buio. Questo c’era scritto sul libro…”
Si accasciò sulla poltroncina, preso da quello che attualmente potrebbe essere definito  un calo dello stress, srotolando tutta la sua vita, come si fa con un rullino: i gradini, i frati, il saio, i giorni perfetti, le chiacchere, il freddo di Novembre, l’amore che smuove, il non amore che fa piangere, la finestra sul retro, i casoncelli…già, i casoncelli. Dove li avrebbero potuti mettere? erano così tanti…
Si racconta che da quel momento preciso iniziò a piovere e piovve insistente per giorni, tanto che pochi ebbero il coraggio di uscire di casa. Non vi furono catastrofi, ma quella pioggia era comunque strana per quel tempo estivo, tanto strana che fu degna di memoria. Poi la pioggia finì e finirono i casoncelli, solo una cosa, che  iniziò quella sera, non ebbe fine.
A quell’abbraccio fortuito di quel giorno perfetto, ne seguirono altri, lunghi come il tempo che li aveva preceduti. E furono tanti, ma così tanti che davvero non si sarebbero potuti contare.

Rosita Ghidini Bosco